Non solo è difficile per i giovani trovare occupazione – sono quasi 42 mila in Liguria gli under 25 che non studiano e non lavorano secondo il recente Employment Outlook dell’Ocse – ma si prospetta problematica anche la pensione, e i più previdenti iniziano da subito a pensare a fondi privati che serviranno a integrare gli assegni pensionistici.

Statistiche sul numero di lauree “brevi”. Spremute di dati sul tempo medio intercorso tra proclamazione a dottore e primo impiego. Comparazioni con gli altri Paesi dell’Unione. Risultanze che possono essere ruotate come il cubo di Rubik. L’Europa, tramite l’Ocse studia i giovani. Dopo una marea di addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e valutazioni del territorio, offre risultati che profumano poco di buon futuro.

Oltre la metà degli under 25 italiani che lavorano è precario, e la percentuale è aumentata tra il 2104 e il 2015, dal 56% al 57,1%. Il 2016 ha confermato i dati precedenti e il 2017 non porterà sconvolgimenti. E altro aggiunge l’organismo europeo nel suo Employment Outlook di due mesi fa. In crescita anche la percentuale di giovani che sono rimasti nello stesso posto di lavoro per meno di un anno, dal 37,9% del 2014 al 43% del 2015. In Italia – rileva ancora l’Ocse – il numero di giovani non occupati né in educazione o formazione, i cosiddetti Neet, è aumentato del 44% durante la crisi. Oggi “più di un giovane su 4 tra i 15 e i 29 anni è un Neet, un terzo lo è da più di un anno”. In Liguria sono quasi 42 mila. C’è confusione, troppa, sul lavoro dipendente nel nostro Paese.

Per i giovani gli spazi sono pochi e di breve durata. Ma anche il sogno tutto italiano di pensione e buonuscita da investire per mettersi finalmente a riposo (in buona salute) sta svanendo. La recentissima valutazione dell’Inps sul futuro delle rendite vitalizie afferma che per i nati negli anni Ottanta la pensione apparirà tra i 70 e i 75 anni e sarà ridotta del 25% rispetto a quelle erogate oggi, peraltro già ben limate. Si resta esterrefatti davanti a questi studi, quando vengono pubblicati. Si cercano soluzioni. Ma la correzione dei dati attuariali sembrerebbe – almeno al momento – impossibile. Il Paese, che solo oggi offre dati limitatissimi di crescita, negli ultimi lustri ha sempre perso in margini di sviluppo. Per poter ovviare alle future pensioni contate in spiccioli ci sarebbe bisogno di un robusto rinvigorimento dell’economia, valutabile in almeno l’1-1,5% all’anno per molti anni. Una contemporanea moltiplicazione di pani e pesci e trasformazione di acqua in vino. Dunque che fare? Serve nuovo lavoro, innanzitutto. Qualificato e duraturo, sostenuto da una crescita armonica dell’economia. Senza strappi. E in tal senso qualcosa si vede. Lo dice l’Istat.

In Liguria nel primo trimestre 2015 si era registrato un aumento tendenziale del numero di occupati, che da 588mila sono passati a 607mila (+3,2% pari a 19mila unità), con una grande novità: l’incremento è interamente ascrivibile alla componente femminile mentre resta invariata quella maschile. Il dato 2016, positivo anche se non in maniera così sostenuta, ha confermato che la crescita è proseguita. Anche se l’effetto voucher è tutto da valutare. Resta un dato davvero sorprendente e forse unico per il mercato del lavoro in Liguria. Il tasso di disoccupazione femminile è sceso al di sotto di quello maschile passando dal 14,1% al 9,4%. E c’è dell’altro: il numero di persone in cerca di primo impiego, circa 14 mila unità, è calato del 36,4% rispetto al 1° trimestre 2014. E per risparmiare sugli assegni pensionistici di oggi si stanno applicando criteri che non fanno felice nessuno, ma che forse, porteranno a risparmi spendibili per gli anziani di dopodomani.

Dal primo di gennaio 2015 gli assegni previdenziali si sono lievemente rimpiccioliti per effetto della revisione dei coefficienti per il calcolo delle pensioni con quote contributive. Parliamo della materializzazione del decreto del ministero del Lavoro del 22 giugno scorso ufficializzato in Gazzetta Ufficiale. Dunque la riforma Dini, poi quella Damiano, scaloni Maroni e buona ultima quella Fornero Monti iniziano a dispiegare per intero i propri effetti. E così, come si leggeva sul dossier del Sole 24 ore, “un lavoratore medio, con meno di 18 anni di contributi al 1995, che accede quest’anno alla pensione di vecchiaia a 66 anni 3 mesi, a fronte di un montante contributivo di 200mila euro, avrà una rendita maggiore di 18 euro lordi mensili rispetto a chi andrà in pensione con gli stessi requisiti il prossimo anno”. È legge.

Ma a calcolare gli importi delle pensioni contribuiva in modo determinante un parametro base: l’aspettativa di vita. Che in Italia è ancora molto alta, in Liguria di più. Tra le prime dieci del mondo. Infatti l’aspettativa media alla nascita, nei calcoli fatti dall’Inps era di 82,03 anni; 79,40 per gli uomini, 84,82 per gli uomini. Calcoli che comunque oggi andranno rivisti sulla base del fatto che questi parametri stanno abbassandosi. E su queste “speranze” l’Inps spalma l’erogazione prevista di ogni singola pensione. Certo il sistema contributivo cambierà non di poco l’importo dell’assegno. Pur tuttavia, il sistema di calcolo parrebbe contenere un qualcosa che potrebbe cambiare, parecchio, il concetto di aspettativa di vita. Fino a qualche anno fa infatti, questa veniva determinato dal fatto che l’età del pensionamento era fissato a 55 anni e 35 anni di contributi. Un’età e una consunzione fisica e mentale considerate giuste per poter vivere ancora la terza età, almeno una parte di essa, in salute e dunque con la possibilità di poter beneficiare ancora in forma del proprio tempo. Il ritiro dal lavoro a 62, 66 o 67 anni e tre mesi, di quanto andrà ad inficiare — con i ritmi odierni — la possibilità di “andare in pensione” in condizioni decenti di salute? E l’aspettativa di vita, per chi ha lavorato per 10 — 12 anni di più dei “fortunati” percettori odierni, resterà identica. E la qualità della vita residua di quanto sarà inferiore rispetto a quella goduta da chi è andato in pensione (o in prepensionamento) nel 2000? Il rapporto tra aspettativa di vita e qualità della vita, ammesso si possa calcolare statisticamente o attualizzare, probabilmente darebbe risposte infauste per i pensionati di domani. Dunque il discorso pensioni, sulla Liguria anziana di oggi, si staglia sopra ogni altro discorso produttivo. L’Istat, d’altra parte, parla chiaro: se la spesa pensionistica si mette in relazione al Pil di ciascuna regione, i numeri italiani dicono che l’incidenza regionale più alta sul prodotto interno lordo è in Liguria, pari al 21,25%, seguita da Calabria, 20,84%, e Puglia, 20,78%. Sopra il 20% anche Umbria e Sicilia. Percentuali destinate a diminuire drasticamente. Ma i giovani di oggi, per quanto in numero modesto – anche se da qualche parte si deve pur iniziare – iniziano a prendere informazioni su come investire in previdenza. Fondi privati che serviranno a integrare assegni pensionistici scheletrici. Una scelta buona, anche perché unica.

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