Genova, oggi, è ancora strutturata come quando era una delle capitali italiane dell’industria, un centro di creazione di lavoro, una calamita per migrazioni interne, una città da ottocentomila abitanti che sapeva anche correre. Ripensarla significherebbe sostanzialmente ricostruirla e riadattarla a un nuovo piano economico, ordinato, funzionale. Per ora apparentemente inesistente. Si dice che l’economia e l’imprenditoria cittadina viaggi guardando all’indietro. Ma in realtà non è così, perché, fosse vero, ci si ricorderebbe di alcuni passaggi, così ben sintetizzati. Su “Guida di Genova.it”.

La città devastata dal secondo conflitto mondiale. Il porto in ginocchio, e circa un terzo del tessuto edificato a Genova (più di 11mila edifici) distrutto o comunque danneggiato. C’era la necessità di avviare uno sforzo enorme di ricostruzione, che prende il via attraverso l’approvazione dei Piani di Ricostruzione nel 1950. Se fino agli anni Quaranta gli interventi urbanistici compiuti avevano seguito norme di razionalizzazione e funzionalità degli spazi, dal dopoguerra questa attenzione a un disegno omogeneo viene a mancare e si interviene per compartimenti stagni, quando non addirittura applicando come unico principio la speculazione. È di questo periodo anche la stesura del Piano Particolareggiato di Piccapietra, che parte nel ’51 con la demolizione del vecchio quartiere e porta alla realizzazione dell’attuale centro direzionale. L’industria genovese, intanto, vive dall’immediato dopoguerra fino agli anni Sessanta “il dramma della ristrutturazione, conseguenza dell’eccessiva dilatazione degli organici dovuta agli anni della produzione di guerra e che costa il posto di lavoro a migliaia di lavoratori. In parallelo emergono realtà industriali in crescita come il settore siderurgico, che con lo stabilimento di Cornigliano arriva, verso la fine degli anni cinquanta, a coprire il 22% della produzione nazionale”.

​Il primo Piano Regolatore Generale è del 1959, e l’obiettivo dichiarato è orientare lo sviluppo urbano dando finalmente continuità ai tanti municipi che erano confluiti nella Grande Genova, attraverso tre punti chiave: viabilità, zonizzazione, servizi. Di fatto però l’amministrazione comunale lascia che la città cresca dal punto di vista urbanistico espandendosi senza criterio nelle zone collinari e nelle valli Polcevera e Bisagno. Accanto alla realizzazione di grandi opere (come Sopraelevata, Pedemontana cioè attuale corso Europa, diga del Brugneto, aeroporto, polo fieristico della Foce, ampliamento delle direttrici che corrono lungo il Bisagno e il Polcevera), si rileva un aumento del 77% del patrimonio residenziale con la costruzione di centinaia di caseggiati sulle zone collinari da levante a ponente… Sampierdarena, Sestri, Oregina, Lagaccio, San Teodoro, Quezzi, Marassi e Borgoratti; l’attuazione di un reticolo autostradale che attraversa in molti tratti i quartieri urbani, lo sventramento di via Madre di Dio. Negli anni Settanta la popolazione genovese arriva a superare le 800 mila unità, e l’urbanizzazine incontrollata raggiunge il suo apice con i progetti di edilizia residenziale di Voltri, Pegli, Begato, S.Eusebio, Quarto, all’insegna del modello razionalista del quartiere autosufficiente, poi largamente dimostratosi fallimentare.​

Parlare di rilancio in una città dove un abitante su 5 ha più di 65 anni, necessiterebbe di una capacità enorme da parte della politica di far ragionare tutti nell’interesse comune. A Genova questo non avviene. La città è stretta fra la paura per l’ordine pubblico e la necessità di non perdere posti di lavoro, che di fatto – oggi – sono in arte tenuti in vita solo dalla cassa integrazione e non dalla produzione. In mezzo c’è davvero molto poco. Una politica sterile non serve a nulla. Genova non è attraente per la nuova impresa, è poco accogliente per i suoi cittadini, è solidale con chi strilla, e non ascolta chi chiede piccole cose logiche. Un arretramento costante, che la crisi manifestatasi nel 2008 non ha fatto che acuire.

Oggi Genova sta cercando di ripartire. Vorrebbe farlo nella proprio interezza, cioè in tutti i settori economici che la compongono. Nessuno vuole rinunciare alle proprie peculiarità, ma nessuno vuole rendersi conto che la città, qualcosa, per strada, dovrà lasciarlo. E se Genova non fosse più in grado di sostenere la grande industria? O peggio, se non fosse mai stata in grado di sostenere un’industria propria, autoctona, diversa da quella pubblica? Senza rivolgersi alla memoria storica di imprenditori, sindacalisti o politici, basta rileggere alcuni passi del Sistema archivistico nazionale (emanazione del Ministero dei Beni e delle attività culturali), sezione Archivi di impresa. Parliamo di quel decennio (tra i primissimi anni Ottanta e l’inizio dei Novanta) in cui – sembra un bisticcio – nacque e si rafforzò la deindustrializzazione della città. Di quel periodo in cui si avviò il processo del sostegno all’esodo e dei prepensionamenti a raffica, di accorpamenti di imprese pubbliche in scatole cinesi piene di debiti, di perdita di occupazione. Occupazione che peraltro, come dicevano i conti economici di allora, vera produzione e sano fatturato industriale ne aveva prodotti ben pochi.

Risulta dagli “archivi di impresa “che il decennio cui si fa sopra cenno, nella Superba, fu “caratterizzato da un forte processo di deindustrializzazione. Il censimento industriale del 1981 rileva 92.841 occupati nel settore manifatturiero in provincia di Genova; nel 1991 se ne contano solo 59.102. Entrano in crisi aziende private operanti in settori maturi e si accentuano le difficoltà dei grandi gruppi pubblici”. Genova di allora, aveva – su masse maggiori – gli stessi problemi di oggi. Ma la lettura della memoria industriale, ricorda che “ulteriori riorganizzazioni interessano il raggruppamento Ansaldo, la cui strategia complessiva deve essere radicalmente rivista dopo che l’incidente occorso alla centrale ucraina di Chernobyl nel 1986, e il successivo referendum svoltosi in Italia nel 1987, bloccano e accantonano ogni progetto di costruzione di centrali nucleari. Deve così cambiare il baricentro di attività: si acquisiscono aziende, si rivolge l’attenzione a nuovi settori (segnatamente, ferroviario e dei sistemi di trasporto). Nel complesso la presenza delle imprese Finmeccanica a Genova rimane consistente: nel 1987 esse assorbono oltre 8.000 dipendenti”. Cause anche esogene, dunque, ma Finmeccanica, da allora, ha iniziato a non trovare più ragioni per vivere Genova come proprio primo polo nazionale. Una strategia di alleggerimento delle posizioni, che in città si legge ogni giorno.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.