Tari al 6,89% anche senza la delibera sull’aggregazione Amiu-Iren, ritirata nel corso della mattinata perché mancavano i numeri. Finisce così la lunga giornata in consiglio comunale a Genova, con l’emendamento del Pd approvato, in attesa di capire se dal bilancio comunale, che verrà presentato tra due settimane in consiglio, si potranno trovare altri fondi per garantire la sostenibilità della ex municipalizzata (questa percentuale non consentirebbe di coprire il buco finanziario provocato dagli extra costi per l’invio dei rifiuti allo smaltimento fuori Regione e per la copertura delle spese della gestione post-mortem della discarica di Scarpino).

Ritirata la delibera, la giunta aveva proposto un aumento medio del 18% (pari a circa 28-29 milioni), ossia quanto necessario ad Amiu per sopravvivere.

Nella conferenza stampa al termine della seduta, il sindaco Marco Doria ha ribattuto ad alcune dichiarazioni di consiglieri comunali dell’opposizione: «Sui rifiuti non siamo stati assolutamente immobili, intanto si diceva che la discarica era un gioiellino ancora sino al 2011, ma ha cominciato a sversare percolato, dimostrandosi a fine corsa. Abbiamo assunto la decisione di non fare il rigassificatore perché aveva modalità progettuali non adatte per Scarpino, ma abbiamo impostato un piano industriale compiuto per Amiu, abbiamo messo in sicurezza la parte della vecchia discarica e progettato Scarpino 3, ottenendo l’ok con l’aia. Abbiamo proposto una soluzione per Amiu con una proposta che fosse anche di prospettiva impiantistica, che sia piaciuta o meno è un altro discorso, ma non si può dire che non abbiamo fatto nulla».

Sul piano politico Doria ha registrato altri no da parte di chi a inizio mandato lo sosteneva: «Questa delibera – dice ormai libero da velleità politiche – è stata portata in un momento pre-elettorale ed è stata usata per questo, forse avremo dovuto farla prima, ma era molto complessa e sarebbe stato molto difficile. Questa campagna elettorale ha inciso sulle valutazioni di merito».

È indubbio che con l’ingresso di un socio, Amiu avrebbe avuto speranze di continuità dopo la scadenza del contratto di servizio del 2020 (che tra l’altro sarebbe stato prorogato almeno sino al 2028 con l’ingresso del partner industriale). Senza un valore patrimoniale dato dagli impianti, l’azienda ha un valore sicuramente inferiore. E rischia di non aggiudicarsi la gara che verrà indetta.

Per questo la giunta probabilmente riproporrà la delibera con il bilancio: «Altrimenti ci saranno tensioni sul bilancio stesso – sottolinea Doria – e chi questa volta ha deciso di non votare, ha voluto ignorare il problema, come se la Tari non lo riguardasse, ora si prenderà le sue responsabilità, se far partire il prossimo amministratore con una base oppure no».

Doria dice di non dimettersi solo per «garantire, negli ultimi 45 giorni prima dell’ordinaria amministrazione pre-elettorale, il procedere di iter importanti per la città come i 110 milioni del Patto per Genova, che saranno disponibili per chiunque governerà dopo di me» e ribatte anche a ciò che alcuni consiglieri hanno detto sul fatto che per Scarpino non è stato chiesto lo stato di emergenza: «Abbiamo fatto domanda per i fondi nell’ambito di Italia Sicura, ma ci è stato risposto di no».

Ora il problema è che gli impianti dovranno comunque essere fatti: «Io ritengo che sia meglio che siano impianti di Amiu – sostiene Doria – col percorso di aggregazione l’azienda avrebbe avuto un socio nuovo, ma sarebbe stata sempre lei. L’alternativa del project financing porterebbe tempi più lunghi: 12-24 mesi salvo ricorsi per l’assegnazione del project. E chi farà raccolta a Genova andrà a utilizzare, pagando, questi impianti».

«L’aggregazione avrebbe garantito investimenti decennali – aggiunge l’assessore all’Ambiente Italo Porcile – questa Tari invece servirà solo per far sopravvivere l’azienda, senza prospettive».

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