Banche, banche e ancora banche. Grandi o piccole che siano. E la qualità dei loro crediti. Per l’Europa il tarlo del nostro Paese, insieme al debito pubblico, sono gli istituti di credito. In Italia si sta cercando di rafforzarle con fondi di origine pubblica (Mps), con aumenti di capitale già conclusi (Unicredit), o in divenire (Carige e altre). Ma il tutto viene fatto sostanzialmente tra le mura di casa nostra.

In Europa, in area euro, la situazione è stata affrontata diversamente: con aiuti massicci dell’Unione Europea (Spagna, Portogallo, Irlanda) o con il fai da te fondato sullo strapotere economico e politico (Germania). Oppure stampando moneta a iosa (sterline per il Regno Unito), creando situazioni che l’odierna Brexit trasformerà in un disastro. La discarica del credito deteriorato rischia dunque di franare? Se non si interviene, sì. E gli altri, in Europa, come fanno o come hanno fatto per avere percentuali di sofferenze inferiori a noi?

Stando a quanto emerge dal rapporto 2016 «Dati cumulativi delle principali banche internazionali» di R&S Mediobanca, nel 2015 la percentuale di crediti dubbi netti sul totale dei crediti nel nostro Paese era all’8,2%, contro un livello medio europeo pari al 2% (1% in Germania, 1,2% in Spagna, 1,5% nel Regno Unito e 1,7% in Francia). Uno zaino pesantissimo il nostro, un fattore di rischio enorme. Ma i ma, qui, ci sono eccome. La situazione del nostro Paese, infatti, migliora considerando altre voci, come le esposizioni rinegoziate (quelle che hanno ottenuto modifiche contrattuali rispetto alle condizioni originali di finanziamento) che in Italia sono il 9,7% dei crediti dubbi lordi contro il 26% medio in Europa (40,1% in Germania, 27,5% nel Regno Unito, 84,8% in Spagna, 12,6% in Francia).

In termini più semplici, questo aspetto ha un significato fondamentale. Vuol dire che quasi ovunque in Europa, rinegoziando e allungando debiti difficili da recuperare, si è deciso semplicemente di spostare in avanti nel tempo il problema, senza affrontarlo.

Credito morente o defunto già oggi, che si ripresenterà putrefatto tra qualche anno. Basta pensare alla Spagna, che ha allungato finanziamenti all’edilizia su immobili che probabilmente nessuno comprerà mai. Resta il fatto che il problema dei debiti “difficili” è davvero un problema. Operazioni finanziarie, acquisizioni sovrastimate e una enormità di crediti concessi mai restituiti. Sono quei non performing loans che stanno mettendo a rischio il nostro sistema Paese. I crediti andati in default o quasi, però, e non va dimenticato, sono debiti non rimborsati. Ci sono migliaia e migliaia di persone fisiche, aziende di ogni tipo, colossi di qualsiasi settore che hanno preso e non hanno reso. Soldi, tanti, che non torneranno più nelle casse di chi li ha prestati. In Liguria il “fenomeno” è diffuso quasi quanto nel resto d’Italia. Ma come sempre ci sono dei ma. La valutazione dei crediti che presentano difficoltà gradualmente crescenti è argomento complesso, ma regolamentato. Ogni singolo affidamento che inizi a mostrare segnali anche modesti di tensione o difficoltà, obbliga la banca a fronteggiarne il rischio con accantonamenti crescenti, accantonamenti che erodono l’utile di bilancio e, quando l’utile non c’è, il capitale. Torniamo alla Liguria.

Alla fine del 2015 (fonte Banca d’Italia) i crediti deteriorati complessivi rappresentavano il 25,7% dei prestiti alla clientela (erano al 23,9% nel 2014) dove 15,4 punti percentuali sono rappresentati da sofferenze. Nella media dei quattro trimestri del 2015, il flusso di nuove sofferenze in rapporto ai prestiti in essere all’inizio del periodo è stato pari al 2,5%, “un livello analogo a quello del 2014 e leggermente inferiore alla media nazionale (2,7%). Dice sempre Bankitalia nelle Note sulla Liguria che fra le imprese (il cui dato si è attestato al 3,5%, l’indicatore è aumentato solo nei servizi. Il comparto caratterizzato da maggiore rischiosità è rimasto quello delle costruzioni. Anche per le famiglie consumatrici l’indice si è mantenuto stabile, all’1,2% L’incidenza delle posizioni che presentano difficoltà nel rimborso meno gravi rispetto alle sofferenze si è sostanzialmente stabilizzata (10,3%), mentre il dato riferito alle imprese è leggermente cresciuto (dal 14,0 al 14,4%), diversamente a quello relativo alle famiglie consumatrici è rimasto costante al 4,0%. Una sfilza di percentuali che danno l’idea di quanto sia complessa la situazione del credito nella nostra regione.

In Italia ed in Liguria si stanno cercando delle soluzioni, che potranno portare al miglioramento della situazione. E queste soluzioni non possono che partire dalle famiglie e dalle aziende più piccole e meno strutturate. Gli esempi più classici sono la rinegoziazione dei tassi e l’allungamento della durata del finanziamento. Tutte iniziative che vanno incontro a un concetto molto semplice: la vulnerabilità del reddito delle famiglie. Che se non valutata per tempo e accompagnata non potrà che andare ad aumentare la massa dei crediti in difficoltà. Un dato di partenza: In base ai dati più recenti dell’indagine Eu-Silc, nel 2014 il 22,3% delle famiglie liguri era indebitato per un mutuo e/o per un credito al consumo. La percentuale massima prudenziale di reddito familiare da dedicare alla rata del mutuo e del finanziamento è generalmente calcolata attorno al 30%. Perché con il residuo la famiglia deve poter vivere. Ma i redditi delle famiglie medie sono sottoposti a rischi importanti. Gli stipendi sono fermi (con difficoltà ad adeguarsi al costo della vita reale per i monoreddito) e spesso, in una famiglia, uno dei due percettori di reddito perde il lavoro. Fino ad un decennio fa ad “ammortizzare” le rate contribuivano gli aumenti di stipendio. Oggi ad ammortizzare la rata contribuisce solo la rinegoziazione del tasso. Questa condizione porta a dati sulla vulnerabilità delle famiglie davvero allarmanti. L”ultimo dato percentuale disponibile relativo alla quota di mutui in essere detenuto da famiglie vulnerabili (è del 2014) è il 20,6% del totale (era il 14,5% solo l’anno precedente).

Dati difficili, quelli liguri, che per questa singola voce sono, tra l’altro, nettamente più gravi di quelli del resto d’Italia. Ma nonostante tutto, tuttavia, la percentuale delle famiglie che non pagano il mutuo o il prestito, in Liguria, è molto più bassa che nel resto del Paese: 3,7% per il mutuo, 6,7 per il prestito al consumo. La situazione per le imprese in ogni accezione del termine è – anche quella – difficile, con comparti, come le costruzioni, che soffrono in maniera pesante, anche a causa della riduzione molto sensibile dei lavori pubblici.

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