La settimana passata è stata caratterizzata da una fitta agenda politica, mentre i dati economici sono passati in secondo piano.

Il primo appuntamento è stato martedì 17 con la conferenza stampa di Theresa May: il primo ministro britannico ha confermato che entro fine marzo verrà presentata la richiesta di attivazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona; tra Unione Europea e Gran Bretagna dovranno essere intrapresi i negoziati riguardanti l’uscita di Londra dal mercato unico, i primi approcci non saranno del tutto rilassati, visti i ripetuti scambi di vedute intercorsi al forum economico di Davos, tra Schaeuble e May.

Gli specialisti sostengono che si tratterà di una “Hard Brexit”, preannunciando una nervosa uscita britannica dal mercato unico, da perfezionarsi in due anni, susseguentemente si aprirà tra Londra e i singoli partner europei ed extraeuropei una seconda fase dedicata alla stesura di nuovi accordi economici. La sterlina ha reagito rafforzandosi rispetto all’euro, di circa un punto percentuale, per poi stabilizzarsi intorno a 0,8650. I primi studi riguardanti le potenziali conseguenze economiche della Brexit non sono confortanti per i britannici, si ritiene che buona parte del business bancario della City, verrà trasferito in altre capitali europee dell’unione (Parigi, Francoforte e Madrid sembrano essere tra le più gettonate), le ricadute sull’indotto saranno importanti, tenendo in considerazione che il 30% circa del Pil prodotto dalla sola Londra derivi dal settore finanziario. Gli analisti vedono la sterlina destinata all’indebolimento inoltre la crescente inflazione combinata al rallentamento economico potrebbero comportare una fase di stagflazione.

Giovedì è stata la volta della Bce, la riunione del direttivo non ha sortito nessun nuovo provvedimento, quindi tassi monetari invariati sempre sui minimi storici e QE che procederà secondo le modalità decise a dicembre. Il governatore, come ogni meeting, ha puntualizzato che i tassi rimarranno a questi livelli o inferiori per un lungo periodo di tempo, ben oltre il termine del QE, inoltre ha ribadito che se si dovesse registrare un livello inflattivo non confacente gli obiettivi dell’Eurotower, il consiglio direttivo si riserva la possibilità di potenziare il programma di misure non convenzionali, sia in termini di durata sia di entità. Le parole di Draghi sono state ancora «accomodanti», ma nonostante ciò il mercato ha reagito in modo nervoso, penalizzando la parte medio lunga della curva riportando i tassi decennali nuovamente verso i massimi dell’ultimo periodo.

Venerdì 20 gennaio è stato il giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, il discorso del neo presidente è stato in linea con quanto già affermato in campagna elettorale, è stata più volte sottolineata la volontà di creare una sorta di protezionismo per l’economia a stelle e strisce. I mercati hanno reagito in modo tiepido a queste parole, l’unico movimento interessante è stato l’indebolimento del biglietto verde nei confronti delle principali valute.

Nella settimana in corso c’è molta attesa per i dati statunitensi sull’andamento del Pil annualizzato dell’ultimo trimestre, secondo le previsioni degli analisti si dovrebbe raggiungere un +2,1%. I maggiori contributi positivi dovrebbero arrivare dai consumi personali, stimati in crescita del 2,5% e dagli ordinativi di beni durevoli annunciati a +2,9%.

In Eurolandia il Pmi è atteso intorno a 54,5 in linea con i dati del mese precedente, comunque stabilmente sopra il livello 50, considerato lo spartiacque tra contrazione ed espansione economica.

In Gran Bretagna si aspettano i dati sul Pil del quarto trimestre, che dovrebbe registrare una crescita annualizzata vicina a 2 punti percentuali.

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