Uno studio della Mds Transmodal ripreso dal “Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica” ipotizza una crescita dei porti dell’Italia settentrionale a 12 milioni nel 2030, puntando in particolare sul “possibile recupero da parte del Nord-Est (che passerebbe da poco più di 1 milione di teu a 6 milioni) di un ruolo di intermediario tra Asia e Europa centrale, zone ad elevata crescita economica. La crescita ha un ovvio bisogno di investimenti.

E Genova, in materia, si muove.

Leggendo lo studio “Impatto economico sociale del porto di Genova”, due dati spiccano chiari: il primo è che la filiera portuale attiva complessivamente in Liguria 10,9 miliardi di euro di produzione, 4,6 miliardi di valore aggiunto ed impiega 54mila unità lavoro. Il secondo recita che “ la filiera portuale pesa il 10,8% del valore aggiunto della Liguria e l’ 8,3% per l’occupazione”. Un centro insostituibile, dunque, per il tessuto del territorio e non solo. Un polo su cui investire. Cosa che avviene. Infatti, riprendendo come fonte l’analisi in merito dell’Autorità portuale di Genova, la stampa specializzata dice che: “in vent’anni, dal 1994, quando hanno iniziato l’attività con la nascita del porto dei privati, le imprese dei terminal portuali di Genova hanno investito 670 milioni di euro. E gli anni della crisi economica non hanno fermato gli investimenti che dal 2007 al 2015 hanno infatti registrato una crescita del 60%.Con un “picco” di 61 milioni di euro, record storico, proprio nel 2015, quando il porto ha registrato il record anche per la movimentazione dei container”. E gli investimenti pubblici? Ci sono, certo, ma sono sempre pochi e lunghi ad arrivare.

Altrove non è così. Nel Nord Europa sul porto si investe molto e con continuità. Perché il rapporto tra città portuali e società civile locale è fortissimo.

E sotto la Lanterna? Qui c’è scollamento e disaffezione. Un po’ come accade per il Parlamento e la politica. A Genova, attorno al porto, si respira, da parte della gente comune, una via di mezzo tra l’irriconoscenza e il disconoscimento. E soprattutto, quando si parla di porto, lo si fa al passato. Solo di rado al presente, quasi mai al futuro. E spesso con disinteresse.

Tanti, troppi genovesi il porto non lo conoscono, non lo capiscono e forse si fa troppo poco per farlo conoscere e capire.

Molti cittadini non ne comprendono il funzionamento, non sanno chi lo guida, non ne intuiscono le possibilità che avrebbe di rivoltare come un guanto l’ economia del territorio. Per troppi lo scalo è un insieme di costruzioni sul fronte del mare. I motti più ricorrenti sul porto? Luoghi comuni: ha dato lavoro a gente che oggi ha pensioni da favola, i sindacati lo hanno rovinato, oggi alla città dà poco o niente, serve solo a chi ci lavora. Gli anziani ricordano gli anni Cinquanta e Sessanta quando dentro ed attorno alle banchine era un formicolare di attività, giorno e notte, e che “ce n’ era per tutti”. Ma poi sono arrivatii partiti che lo hanno distrutto. Manca l’ informazione? È quasi certo. Si parla troppo da addetti ai lavori di manovre politico economiche e di lotte intestine allo scalo e pochissimo di cosa potrebbe essere il porto per la città e la sua gente? Forse sì. Il porto è uno sconosciuto in casa propria.

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