È un’inedita crisi di governo quella che scuote l’Istituto regionale per la floricoltura di Sanremo. A due settimane esatte dalle celebrazioni per i 40 anni dell’istituto di ricerca, quella che viene a galla è una realtà che è tutto fuorché serena (“Finita la festa, gabbato lo santo”, si dice).

Tre consiglieri dimessi su cinque, finanziamenti ancora da decidersi e un rallentamento dei progetti europei che ha portato, nel giro di un anno, al dimezzamento della forza lavoro. Andando con ordine: fino all’anno scorso l’Irf, dalla sua sede sulle alture di Sanremo (700 metri quadri di laboratori e uffici e un ettaro di coltivazioni) continuava la propria attività tradizionale, in particolare quei servizi di moltiplicazione in vitro a supporto dello sviluppo di nuovi prodotti dell’imprenditoria, il biglietto da visita dell’istituto che insieme alla ditta Biancheri Creations aveva sdoganato il successo dei ranuncoli clone. Poi l’assistenza tecnica a imprese e strutture commerciali, nematologia in collaborazione con la francese Inra, gruppi di prodotto transfrontalieri. Eccetera.

Percepiva 700 mila euro di contributo regionale a fronte di una più piccola fetta di risorse prodotte dalla propria attività. Il resto erano i progetti europei (Psr, Alcotra e altri) la cui programmazione, come è noto, è in ritardo. Nel giro di un anno perdevano però il lavoro una quindicina di precari. «Siamo rimasti in sedici, di cui dodici in organico», dice oggi la direttrice Margherita Beruto. Margherita come il fiore che in anni recenti è il cavallo di battaglia della ricerca genetica dell’Irf: un servizio molto apprezzato, soprattutto nella piana ingauna dove si producono circa 10-12 milioni di margherite l’anno.

Ma non secondo la Confederazione italiana degli agricoltori, che nel comunicare la dimissione dei suoi due rappresentanti nel consiglio direttivo elenca diverse motivazioni, tra cui una critica al lavoro dell’Irf nel settore della genetica «finora impegnato esclusivamente nella ricerca di nuove varietà di margherite». È solo la punta dell’iceberg, che nasconde una questione di “mission” dell’istituto e diverse incompatibilità all’interno di un organo di fatto lottizzato dalle confederazioni agricole. Il presidente dell’Irf è Germano Gadina, vivaista del levante savonese ed ex presidente regionale di Coldiretti: «Nessun coordinamento tra l’azione del consiglio direttivo e la presidenza che è alla base dell’azione di questo istituto a beneficio delle aziende del settore», accusa il dimissionario Michele Maglio, Cia, a sua volta ex presidente dell’Irf. Con lui si dimette l’altro rappresentante di Cia Osvaldo Geddo. Li ha preceduti Roberto Fiumara, imprenditore agricolo sanremese nominato nell’Irf dalla precedente giunta regionale. Rappresentava la Regione ma è anche consigliere nazionale di Anga, i giovani di Confagricoltura: «Mi sono dimesso per motivi personali e per incompatibilità di visione con la presidenza. Ero convinto che l’istituto potesse aumentare la propria indipendenza economica – aggiunge – attraverso il proprio operato. Proposte cadute nel vuoto, ma in un momento come questo non si può basare tutto sul Psr», in sintesi, la sua opinione.

Restano in carica il presidente Gadina e Gianni Gentile (direttore di Coldiretti Imperia). Due consiglieri su cinque, azione di governo tecnicamente ferma. Ovvia la preoccupazione della direttrice Beruto, che difende alcune scelte, oltre a rivendicare l’importanza dell’impegno sulla margherita: «Ci sono altre varietà su cui abbiamo puntato, tra cui tre nuove specie di elleboro nel 2016, la propagazione dell’eucalyptus». Il resto è un discorso che diventa tecnico, grattacapo per la Regione e un’assemblea che dovrà risolvere la crisi di uno dei centri di ricerca di punta per la floricoltura ligure. Che oggi ha più di un problemino di gestione e ha dimenticato (molto in fretta) i festeggiamenti per i suoi primi quarant’anni di vita.

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