Ventottenne fotografo genovese, Pio De Rose pubblica i suoi lavori su riviste prestigiose in tutto il mondo, molto più spesso straniere che italiane. Del resto il suo percorso professionale non ha nulla di scontato. Figlio di un famoso professore di medicina, Aldo De Rose, andrologo e urologo della Clinica Urologica di Genova, presidente dell’Associazione andrologi italiani (Assai) e di una dottoressa di medicina generale, Pio avrebbe probabilmente trovato una via più facile nella medicina, se non altro per i consigli che i genitori avrebbero potuto dargli, che nelle terre incognite della fotografia professionale.

Pio De Rose
Pio De Rose

Fotografo ma non subito. Dopo il liceo scientifico al King, Pio De Rose si è iscritto a Fisica, pochi mesi dopo è passato Giurisprudenza, poi ha scoperto la sua vera vocazione, quello che avrebbe voluto fare per tutta la vita, e ha lasciato Genova per Firenze, dove si è iscritto alla Libera Accademia di belle arti, specializzazione fotografia. «Ma – dichiara a Liguria Business Journal – già nei mesi di Fisica e Giurisprudenza mi alzavo alle cinque del mattino per andare a scattare fotografie. Ho iniziato a fotografare con serietà  al quarto anno di liceo. L’idea mi è venuta durante  un pellegrinaggio a Loreto, ero in coda per vedere la casa di Maria e ho notato il marito della mia professoressa di lettere che fotografava le persone in fila per entrare. Lo facevano anche altri, ma lui in modo diverso, aspettava l’illuminazione giusta non per creare il capolavoro estetico ma per permettere allo sguardo di concentrare l’attenzione sul soggetto».

«E oggi – prosegue De Rose – il mio modo di lavorare è adeguare lo sguardo ai diversi approcci che i diversi soggetti richiedono. Mi adeguo   alle situazioni più caotiche o reportagistiche, di volta in volta cambio attrezzatura, modo di sviluppare le immagini e di fare la sequenza. È un po’ come per lo scrittore cambiare registri linguistici secondo il personaggio o la situazione. Cerco di andare in profondità e fare in modo che il soggetto non venga descritto o “svelato” ma si trasformi in una visione rivelatrice». È il caso di Off on a crisis, lavoro che Pio De Rose ha svolto scattando tra Genova e Firenze: «Quando ho fatto le foto sulla crisi, ho avvertito fin da subito il rischio di ridurre il progetto a una collezione di immagini piuttosto letterali. Sentivo di non poter semplicemente registrare e descrivere la crisi, producendo immagini in grado di descrivere conseguenze del fenomeno; al contrario, ho deciso di fotografare quelle scene nelle quali il senso della crisi, nel loro improvviso divenire simili a visioni significative, sembrava svelarsi: per esempio, questa fotografia, in cui una figura – mossa e sfocata al punto da conferirle sembianze di demone più che di essere umano – cammina sinistramente con lo sguardo fisso nell’obiettivo verso ciò che sembra un cappio, è il mio tentativo personale e perfino intimo di esplorare visivamente il drammatico aumento dei casi di suicidio. Se da un lato è vero che questa sorta di imprevedibili epifanie è ciò che mi ha permesso di comprendere meglio alcuni dei tanti aspetti della crisi, è altrettanto vero che pensare, per non dire realizzare, una fotografia che intenzionalmente possa svelare a altri questo stesso aspetto sarebbe stato per me semplicemente impossibile. Non ho scattato nessuna di queste fotografie al fine di svelare qualcosa; è piuttosto il contrario: ho scattato ogni volta che ho visto una scena banale trasformarsi in una visione rivelatrice».

«E per tornare ai miei anni all’Università – racconta – sia a Fisica sia a Giursprudenza mi rendevo conto che il mio sguardo sulla realtà non era quello del fisico o del magistrato o dell’avvocato. Il mio modo di vedere era un altro. Quando ho scoperto la Libera accademia di belle arti, che ha una sede anche a Firenze e un corso di fotografia, ci sono andato di corsa, per vedere di cosa si trattava e mi è sembrato evidente che lì mi sarei trovato bene. Mi sentivo messo all’opera in una cosa che era per me, mi sono sentito rifiorire, anche perché ho avuto la fortuna di incontrare professori che fin dalla prima lezione avevano a cuore non tanto il tentativo di forzare lo studente a fare foto belle in un certo stile, ma di farlo uscire dall’accademia con un suo principio di visione fotografica da coltivare».

Dopo Firenze, un anno a Westminster, per il master alla scuola di fotogiornalismo e poi le prime pubblicazioni, come Aquaria, The Blue Glass Landscape, scatti all’interno di acquari europei. «L’impostazione meno accademica e più pragmatica di Londra mi è  stata utilissima, soprattutto per imparare il metodo con cui organizzare e cercare di fare i lavori, capire, per esempio,  che permessi chiedere per accedere a un’area o entrare in un edificio dove si vuole lavorare e poi come relazionarsi per proporre i lavori. Trovare i contatti per proporre le proprie opere e difficile. Non c’è nulla di più di quello che si può trovare online. A Firenze  un professore mi ha dato quattro-cinque indirizzi di fotoeditor. Un altro, a Westminster,  ci ha detto: se avete uno zio che lavora nell’editoria andate da lui – sorride – ma non era il mio caso. Non trascurate nulla, non lasciate strade intentate».

E quindi come farsi pubblicare un lavoro? «Fare cose di qualità che colpiscano l’editor. Trovo i magazine appropriati, mando il lavoro accompagnato a una mail di poche righe. A Westminster ci hanno insegnato a non scattare foto per fare cose che possano piacere agli editor ma a produrre opere serie, di qualità, per cui proviamo un interesse personale, e poi a proporle. Certo, è più facile all’estero perché in Italia non ci sono i magazine appropriati, al massimo trovi periodici che lasciano uno spazio importante alla fotografia ma non sono specializzati. Pubblico l’85% del miei lavori all’estero. Si tratta di progetti personali. Per questo genere di lavori ci vogliono dei mesi: bisogna trovare e scegliere la storia, informarsi, organizzare il viaggio, andare, scattare e confezionare. È lungo, non si può vivere solo di questo. E quindi faccio anche altre cose, in genere di carattere scientifico. Per esempio ho collaborato con una rivista online di medicina, seleziono immagini da archivi gratuiti per articoli, ho pubblicato un calendario per farmacie. Non faccio foto commerciali o per matrimoni».

L’ultimo lavoro è stato pubblicato su una rivista specializzata in sci di fondo, un progetto sui boschi innevati russi, meta del tempo libero per la popolazione locale, e in questi giorni Pio De Rose sta scattando ai Parchi di Nervi per un progetto che è ancora prematuro svelare.

Qui uno dei rarissimi casi di immagine commentata dall’autore: Commento foto singola

Qui il lavoro intero: Off on a crisis

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here