Non ha funzionato. La pubblicazione della bozza riservata del documento sul progetto Atlante, studiato per mettere in sicurezza le banche in difficoltà, in particolare Veneto Banca e Popolare di Vicenza, ed evitare il conseguente pericolo di una crisi sistemica, appena reso noto ieri ha avuto l’effetto di fare scendere in Borsa proprio i gruppi chiamati a intervenire nell’opera di salvataggio: Intesa Sanpaolo ha chiuso a -4,11%, Unicredit a -5,15%, Ubi a -4,40%, e questo mentre l’indice Eurostoxx bancario chiudeva il lieve rialzo. La vicenda delle banche italiane ricorda quella di certe colture agricole che se non piove soffrono per la siccità, se piove vengono attaccate dalle malattie fungine. Secondo il Tesoro, però, la bozza resa pubblica non è affidabile, si tratta soltanto di una delle molte versioni circolate nei giorni scorsi.

In sostanza, comunque, Il fondo dovrebbe avere 5 miliardi di euro di dotazione iniziale che potrebbero arrivare fino a 6 miliardi: le banche contribuirebbero per 3 miliardi di euro (Intesa Sanpaolo e Unicredit con 1 miliardo di euro a testa, Ubi Banca con 500 milioni e le altre banche esclusa Mediobanca con 500 milioni), le assicurazioni con 1 miliardo, le fondazioni con 500 milioni, Sga con 500-600 milioni e la Cdp con altri 500-600 milioni di euro.

Il fondo sarà gestito da una società di gestione patrimoniale indipendente (Quaestio sgr) e potrà intervenire nella sottoscrizione di aumenti di capitale non assorbiti dal mercato, a cominciare da quelli della Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Una notizia che dovrebbe risultare positiva per tutto il settore, diventando il terzo pilastro su cui dovrebbe reggersi l’Unione bancaria. Gli altri due sono il meccanismo di vigilanza unica e il meccanismo di risoluzione unico con le norme sul bail-in. Che cosa, dunque, non ha persuaso, almeno finora, gli operatori finanziari?

Può darsi che l’allarme si nato dal timore che la dotazione prevista per il fondo possa non bastare, e che la prossima ricapitalizzazione della Popolare di Vicenza provochi una crisi sistemica invece di evitarla, con fuga dei risparmiatori spaventati dalla prospettiva di dover fare fronte a un bail-in. Possono influire anche dubbi sulla capacità delle banche di piazzare sul mercato gli immobili ricevuti in garanzia di crediti non riscossi e l’impatto sociale delle misure previste per facilitare e velocizzare le procedure di recupero dei beni.

Potrebbe forse risultare risolutivo un chiarimento del governo.

Un altro segnale incoraggiante potrebbe arrivare, tra una decina di giorni, da Amsterdam, dove i ministri dell’Economia Ue si rivedranno per la riunione informale del consiglio Ecofin. Specialmente se gli Stati che finora si sono opposti con al completamento dell’Unione bancaria dimostrassero un atteggiamento di maggiore disponibilità rispetto al passato.

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