Il welfare pubblico a Genova ha poche risorse e non sempre è efficiente. A immigrati, disoccupati, poveri, bambini e ragazzi che hanno bisogno di essere seguiti provvedono in buona misura gruppi parrocchiali, oratori, volontariato.

Sembra strano, ma quando si parla di solidarietà, aiuto e supporto da parte della Chiesa, a Genova non pochi storcono il naso. Retaggio – forse – di un passato, dove la sottana dei preti era vista come antitetica a una politica di progresso. O perché la parrocchia era ritenuta un’opposizione retriva alla politica viva dei punti d’incontro partitici. Sta di fatto che quando c’entra la Chiesa, anche quando solo fatta di popolo, in città si pensa sempre che ci sia sotto qualcosa, minimo una richiesta di un qualche tornaconto anche solo morale.

Eppure la Diocesi fa tanto, tantissimo tramite le proprie 258 parrocchie in provincia di Genova, 173 concentrate nel capoluogo. Non dice quanto, non fa come ha fatto quella di Milano, che ha censito in numeri il proprio operato.

Sotto la Madonnina (fonti Ipsos, Odl Oratori Diocesi Lombarde, Corriere della Sera) operano 1111 parrocchie, 937 con oratorio, una città dove un bambino su due frequenta l’oratorio, e tra questi vi è un numero altissimo anche di piccoli e di ragazzi appartenenti ad altre religioni.

A Genova gli oratori non sono così pieni, ma sono punti di aggregazione forti e aperti. E gli esempi non mancano. Vista da Genova la battaglia parlamentare sulle unioni civili, sulla stepchild adoption, quello scontro politico per creare un nuovo sistema di famiglia, ha un significato astratto. Una città dove i matrimoni (civili e religiosi) sono in costante calo, dove – un esempio – in quartieri “ricchi” come Albaro la metà dei bambini che frequentano il catechismo vivono in famiglie con genitori già separati o in via di separazione. O dove le difficoltà economiche obbligano alla convivenza persone che da tempo non hanno più nulla da dirsi in delegazioni meno abbienti (quasi tutto il Ponente genovese). Il discorso sulla famiglia è diventato complicato, visto che in troppi casi la famiglia è diventata una condizione dalla quale non si vede l’ora di scappare. Nella città del Cardinale Angelo Bagnasco essere e vivere da cristiani è diventato difficile. Difficilissimo.

Per troppi, ormai, porgere l’altra guancia significa porgere generosamente quella degli altri. E più lontani sono, gli altri, meglio è. Essere cristiani vuol dire essere “testimoni non pusillanimi, non vili, ma umilmente fieri e lietamente coraggiosi” aveva detto con grande forza il cardinale Bagnasco nell’omelia pasquale in cattedrale, ricordando le centinaia di morti per la fede, in Asia e Africa. Parlava ai genovesi, ma da presidente dei vescovi parlava all’Italia tutta. Alle coscienze incapaci di indignarsi, ormai, quasi davanti a niente. Parlava di terre dove la povertà regna e la dignità non è nulla. La povertà, nella dignità tipica di una città come Genova, è quella di chi non riesce ad arrivare davvero a fine mese, dopo aver tagliato all’inverosimile ogni spreco familiare. Questi nuclei familiari sono più di quanti non si creda, ma sono composti da gente che non strilla, ma che quasi si vergogna di non farcela. Crederlo o meno, queste difficoltà sono ritenute più da confessionale che da piazza. Se è vero che ci sono pochi denari per il servizio pubblico alla persona, c’è da dire che volontariato, semplice sostegno privato e solidarietà diffusa, a Genova e in Liguria, di denaro e tempo ne stiano offrendo in grande quantità. Non esiste, in realtà, un “conto economico” della solidarietà privata, ma – fosse calcolabile – in città sarebbe a cifre rotonde.

È passato il tempo degli indici puntati contro il Comune o la Regione, definiti in passato ciechi alle necessità dei meno abbienti e dei più piccoli. Anche perché, come si è visto, troppo spesso la solidarietà pubblica è andata a sbattere contro un malaffare diffuso e pezzente; basta vedere l’evasione o l’elusione sul ticket sanitario da parte di non aventi diritto o le furbate per ottenere riduzioni immeritate sui pasti scolastici, scuole materne comprese.

Ora, in città, molti si informano sul come fare per poter dare una mano, anche non necessariamente piena di quattrini. Non solo agli immigrati o a chi ha perso il lavoro, ma anche a chi un lavoro ce l’ha, ma non ce la fa a mantenere la propria famiglia per tutto il mese. Senza chiedere nulla in cambio. Tra questi volontari benefattori, ve ne sono molti che appartengono a gruppi parrocchiali.

Uno per tutti il Don Bosco, nell’immediato ponente cittadino. Infatti per un altoforno, un crogiolo di fusione, spento, nel ponente di Genova, ce n’è un altro che funziona. Eccome. E si attiva e autoalimenta ogni giorno di più. Perché nel “melting pot” di Sampierdarena, quella delegazione che è un po’ la Ellis Island della Superba, si mischiano e convivono, non sempre bene e a volte male, gli appartenenti a tredici nazionalità diverse. E qui, dove i poveri sono merce abbondante e un po’ abbandonata, da quasi centoquarant’anni si rimboccano le maniche i Salesiani. Nella crisi dell’economia di un territorio in grande difficoltà e dove il lavoro scarseggia, ci si affida tanto e sempre di più a chi a sua volta si affida alla Provvidenza. E la sta ad ascoltare. Il risultato? C’è. Sì, c’è. E si vede. Basta entrare nell’Opera Don Bosco. Tra i banchi di scuola del Don Bosco siedono fianco a fianco religioni, colori di pelle, età, abitudini, consuetudini, educazioni, capacità di convivere e di soffrire, così diversi che trovare un comun denominatore parrebbe difficilissimo. Nell’oratorio scapicollano bambini e ragazzi che spesso hanno il linguaggio comune limitato al “passala” nel dar calci al pallone. Alla cattedra ci sono più laici che ordinati. L’organizzazione delle attività è affidata in via anche diretta ai giovani, “classe sociale” che a Genova, nei ruoli che contano, non la trovi neanche a sognartelo. E qui i giovani contano. E si muovono in un contesto che di semplice ha poco o punto.

Le attività, che poi da Sampierdarena si ampliano e capillarizzano a tutto il territorio cittadino, sono molteplici. Iniziamo da quelle più visibili, socialmente e laicamente tangibili. La scuola, innanzitutto. Incluso un centro di formazione professionale, dal quale un tempo uscivano quegli operai specializzati che, con poche fermate di autobus, si spostavano nelle grandi fabbriche del Ponente. Ma allora c’erano l’Italsider, la San Giorgio, la Marconi, i cantieri navali. Quelle imprese che oggi di operai ne hanno pochi e meno ne assumono. Legato alla scuola c’è l’oratorio. Qui, vigilati da volontari che ne orientano al gioco e alla spensieratezza i tanti problemi che in tanti hanno a casa, si mischiano oltre mille bambini e ragazzi. Soprattutto immigrati. Su tutti c’è un occhio che guarda. La Chiesa, dove c’è sofferenza sociale, c’è. Sono abitanti di una Genova scomoda, poco desiderata, spesso sconosciuta, ma che esiste. Qui i sacerdoti e i volontari del Don Bosco sono spesso il principale aiuto, certamente non solo spirituale e altrettanto certamente silenzioso, per tantissime persone. E chi di loro ha bisogno, aumenta ogni giorno. Uno stare vicino in maniera concreta alle persone, che – oggi – trova applicazione anche a Levante, zona della città che una volta, per la gente, era un centro del dare, non del ricevere, in termini di aiuto economico. Don Vincenzo, a Nervi, Don Corrado a Quinto, Don Valentino a Sturla sono punti di riferimento per chi non ce la fa. E non ce la fa per davvero. Sono davvero tanti i nuovi poveri invisibili e silenziosi.

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