Crescita di fatturato a doppia cifra, con l’obiettivo di passare dai 6 milioni di oggi ai 20 tra cinque anni. Un team di 9 persone che porta il food italiano in 19 (per ora) Paesi del mondo.

Alifood srl, fondata nel 1996, sta vivendo una seconda vita grazie a una nuova compagine azionaria dal 2006, composta da Madi Ventura, Rimorchiatori Riuniti, Cambiaso Risso e Inge (Iniziative industriali genovesi), la holding del gruppo Mariotti, «un gruppo di amici ancor prima che soci – dice il managing director Vittorio Doria Lamba – che hanno creduto nel progetto di far partire qualcosa di importante da Genova».

Olio, pasta, biscotti, pane, pomodori, formaggi: l’elenco dei cibi trattati dalla Alifood è molto lungo e vario: «Proprio oggi stiamo trattando una partita di nero di seppia per un cliente coreano, non avrei mai pensato di avere una richiesta del genere, ma grazie alla nostra flessibilità siamo in grado di rispondere».

Vittorio Doria Lamba
Vittorio Doria Lamba

Il metodo è quello del trading moderno: il cliente chiede un certo tipo di prodotto e Alifood lo va a prendere direttamente dal produttore occupandosi di tutta la catena del valore, privilegiando l’eccellenza dei processi dal momento del seme a quello del piatto. Il vantaggio è che chi si rivolge all’azienda genovese ha a che fare con una sola controparte per numerosi prodotti senza doversi rivolgere a diversi fornitori. Alifood aggrega circa 120 aziende produttrici medio-piccole: «Non lavoriamo in contemporanea con tutte, ma in questo modo abbiamo la possibilità di coprire gran parte delle richieste e attraverso il cosiddetto “flag product” riusciamo a portare in un determinato Paese anche altri prodotti».

Alifood è molto presente nell’Estremo Oriente (più del 50% del business), merito del rapporto di partnership con uno dei colossi giapponesi del settore a inizio attività: «Io inizialmente facevo trading di commodity, principalmente di cacao e caffè, abbiamo creato un’unità che si occupasse di food solo per il Giappone. Poi loro si sono tirati indietro per non avere problemi con la loro agenzia milanese, ma siamo rimasti in ottimi rapporti».

Il mondo alimentare è particolare, il made in Italy è facile da vendere se è buono e veramente prodotto in Italia e Lamba Doria sottolinea l’importanza della comunicazione: «Abbiamo un blog, due siti, siamo presenti su tutti i mercati dal punto di vista mediatico, abbiamo ottimizzato la Seo, Search engine optimization».

Aceto balsamico e vino, foodL’Estremo Oriente per Lamba Doria «è un mercato dove ci sono grandissime opportunità di crescita, visto che a livello nazionale il 72% dei cibi viene esportato in Europa e l’11% negli Usa». L’Italia non è riuscita a comunicare bene nei confronti del Far East: «Nel nostro settore conosciamo quell’area meglio di ogni altro grazie al vecchio socio giapponese. L’industria alimentare francese o tedesca, che sono molto meno popolari della nostra, in Cina hanno sfondato, l’italiano produce gli ingredienti migliori e li presenta nella maniera peggiore. Perché non differenzia le modalità a seconda del Paese in cui si propone».

Anche i prodotti liguri vengono esportati con successo, due pesti genovesi arrivano nella grande distribuzione in Giappone e a Singapore: «Sono fatti in modo specifico per quel mercato, altro esempio di flessibilità. Tra le idee che ci stanno portando davvero lontano c’è anche l’esportazione dei formaggi freschi come la mozzarella di bufala, che riusciamo a portare in Australia grazie a innovativi metodi di surgelazione che consentono di consumare il prodotto identico nel gusto in Paesi lontanissimi».

Pasta, vino, olio e formaggio sono tra i prodotti più richiesti, ma il mercato offre prospettive notevoli sia sul biologico, sia sul vegan, sia sul cosiddetto “functional food” ovvero quel cibo che offre benefici in più per la salute: «Il consumatore è molto più sensibile e legge con attenzione le etichette, privilegiando i prodotti che contengono sostanze come il licopene per esempio».

La forza di Alifood, secondo Lamba Doria, sta nel lavorare direttamente con catene e importatori, adattandosi a quello che domanda il mercato: «Chi mi chiede il pomodoro non ha bisogno di sapere se arriva da Parma o dalla Sicilia, l’importante è che sia buono e di qualità. Noi più che vendere e comprare prodotti, vendiamo e compriamo contatti. Oggi il mondo produttivo alimentare sta soffrendo, bisogna avere la capacità di selezionare l’azienda non solo per la qualità del prodotto, ma anche per come è organizzato. Siamo il ponte per la piccola media azienda per andare all’estero, perché ci occupiamo anche di tutta quella parte burocratica e di controlli sia sanitari sia doganali».

Le prospettive per il futuro sono all’insegna dell’internazionalizzazione ancora più spinta: «Fare partnership, joint venture con società estere e portare stranieri qui a Genova. Ci vuole tempo, ci attrezziamo senza delocalizzare, anche perché se non si ha un marchio forte non ha senso».

Alifood ora punta sull’Est Europa, nonostante il blocco russo, ma non solo: «Abbiamo fatto recentemente un pre-accordo per tutta l’Oceania, ma guarderemo anche agli Usa, quello dipenderà però dal cambio euro-dollaro».

 

 

 

 

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