«Lo stato di salute dell’agroalimentare non sta vivendo uno dei suoi periodi migliori». A sottolinearlo è Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità in agricoltura e sul sistema alimentare, in occasione della presentazione del Terzo Rapporto Agromafie, elaborato insieme a Coldiretti ed Eurispes, questa mattina in Camera di Commercio a Genova. Presenti anche Andrea Baldanza, dello stesso comitato scientifico, Michele Di Lecce, procuratore della Repubblica di Genova, e Sergio Carozzi, responsabile del settore Agricoltura della Camera di Commercio genovese.
Caselli esordisce con un cenno a Expo 2015, definita «presidio per i territorio e le comunità che presta attenzione alla biodiversità e alla legalità autentica». Legalità vera, fatta di regole chiare e procedure trasparenti. Proprio quella che l’Osservatorio, costituito appositamente per monitorare l’agricoltura italiana, vuole preservare e difendere dagli attacchi delle “agromafie”, business cresciuto di 1 miliardo di euro negli ultimi 12 mesi e che raggiunge un giro d’affari di 15,4 miliardi in Italia. Alla faccia della crisi.


Si tratta di un fenomeno che non risparmia alcun passaggio della filiera dell’agroalimentare: dalla produzione alla distribuzione fino alla ristorazione, ogni step è a rischio. La Liguria, come spiega Germano Gadina, presidente di Coldiretti Liguria, «è un’isola felice, perché di certo non raggiunge numeri pesanti come quelli registrati nel Centro-Sud. Ma dobbiamo essere attenti e monitorare continuamente la situazione, perché le agromafie non diventino un problema radicato anche nel nostro territorio».
Sulla diffusione del business, che comprende contraffazione, specie sul web, ma anche lavoro sommerso, money dirting e infiltrazioni mafiose nel settore, incidono diversi settori: «Primo fra tutti, il diluvio di prodotti che riportano sulle etichette i nostri colori e il cosiddetto “italian sounding” – spiega Caselli – ma in questa scala di fattori c’è anche il problema degli ingredienti importanti dall’estero e usati come italiani, e quello della delocalizzazione delle imprese italiane. Per non parlare dei grandi marchi storici nazionali acquistati da brand stranieri che continuano a spacciare i prodotti commercializzati come italiani, quando invece di italiano non hanno più nulla».  Ma l’espansione delle agromafie è anche dovuta a fattori finanziari, come le difficoltà di accesso al credito che portano al fenomeno del “money dirting”, e a quelli climatici, che ultimamente hanno danneggiato le produzioni agricole: «In particolare la produzione dell’olio è stata dimezzata nell’ultimo anno – precisa Gadina – In Liguria il calo medio è stato addirittura del 45%: si tratta di fattori imprevedibili che aprono le porte a ulteriori fenomeni di contraffazione. Considerando anche che l’Italia è il maggior importatore di olio di oliva dall’estero».

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