L’esito delle primarie del Pd per la scelta del candidato alle elezioni regionali ha peggiorato la situazione, già pessima, mostrata dalla campagna elettorale nella quale si scontravano – con terzo incomodo, a far sostanzialmente da spettatore, Massimiliano Tovo – l’assessore uscente Raffaella Paita e il parlamentare europeo Sergio Cofferati. Se i giorni che hanno preceduto il voto sono stati avvelenati da scontri, attacchi personali, pettegolezzi (il dibattitto a Primocanale tra i due contendenti ne è stata una chiara e umiliante dimostrazione) e dalla quasi assoluta mancanza di programmi politici, il dopo-voto è molto peggio.

Qualunque sarà l’esito delle decisioni della commissione di garanzia sui ricorsi presentati da molti iscritti per varie presunte irregolarità e “inquinamenti”, il principale partito politico ligure (e italiano) si presenta oggi spaccato verticalmente. Da un lato un forte gruppo, guidato dal presidente uscente Claudio Burlando, che ha sostenuto Paita, dall’altra una galassia di anti-Paita che ha votato Cofferati senza molta convinzione di fronte all’incapacità del gruppo dirigente del Pd (in particolare quello genovese) di individuare un candidato credibile da opporre a “Lella”. Molti ricorderanno il vigoroso affacciarsi sulla scena delle primarie e l’immediato, mai spiegato in modo convincente, ritrarsi dell’assessore regionale alla Salute Claudio Montaldo. O l’affacciarsi e rapido scomparire del sindaco di Savona Berruti. O la voglia di provarci (salvo poi accordarsi con Paita) dell’assessore Sergio Rossetti.

Questa situazione appare – oggi – il preambolo di una possibile disintegrazione del Pd ligure. Non tanto su linee politiche divergenti (come a volte sembra accadere a livello nazionale), quanto in gruppi di potere (termine inteso nel senso più o meno nobile) opposti. Gli appelli all’unità, al “lavorare ora insieme”, del segretario regionale Giovanni Lunardon e della stessa Paita suonano – per ora e di fronte a quanto è accaduto – soprattutto inviti a mettersi assieme per vincere la competizione elettorale di maggio e non per “fare qualcosa” che risollevi una regione flagellata dalla disoccupazione, dalla desertificazione del tessuto produttivo e dalla chiusura delle aziende, dalla fuga dei giovani, dalle infiltrazioni mafiose, dal dissesto idrogeologico. Tutti problemi che, occorre dirlo onestamente, il Pd – o, meglio, i suoi vertici – in qualche modo ha lasciato marcissero se non contribuito a creare, essendo forza di governo pressoché costante su questo territorio.

Servirebbe un programma credibile e di rottura con il passato proposto da persone credibili, una vera inversione di rotta. Ma l’alba della campagna elettorale, rappresentata da queste primarie avvelenate, lascia poco sperare.

Di fronte a questo, il vuoto politico – chiamiamola con il suo nome: l’inesistenza – delle altre forze,  al momento incapaci non solo a proporre un candidato alternativo ma soprattutto a inventare un programma nel quale riconoscersi, diventa sconfortante.

Chi ricorda un po’ di storia patria sa che stiamo vivendo uno dei periodi più bui degli ultimi due secoli, periodo molto simile a quanto accadeva ai tempi – ma quelli erano ricchi, anche se divisissimi – di Genova Repubblica: tutti contro tutti. Per il potere.

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