freccero televisione
La copertina

Televisione

Carlo Freccero

Bollati Boringhieri , 2013

ISBN 9788833971902

pagine 168, € 9

eBook € 4,99
Carlo Freccero, savonese, è uno degli uomini che “hanno fatto” la tv negli ultimi trent’anni. Prima nel gruppo Berlusconi (iniziando a Telemilano, poi direttore dei programmi di Italia 1, assistente del presidente a Rete 4, direttore de La Cinq e di Italia 1) che lasciò nel 1992 per transitare nella Rai. Qui fu direttore di Raidue dal 1996 al 2002, poi protagonista di una causa per essere stato – diceva – pagato cinque anni per non fare niente. Rientrato nella struttura televisiva pubblica, è stato presidente di RaiSat (2007-2010) e infine direttore del canale digitale Raiquattro (2008-2013). È in pensione dal 5 agosto 2013, giorno in cui ha compiuto il sessantunesimo anno di età.

Solo dopo aver chiuso questa lunga parabola ha pubblicato “Televisione”, il suo primo libro.

L’osservatorio, insomma, è situato “dentro” la storia narrata – proponendosi quasi come un bilancio anche personale – e il saggio è giunto in contemporanea alla rivoluzione (gli effetti si cominciano a sentire solo ora, anche con la crisi delle emittenti private locali e con il calo della pubblicità nei canali nazionali) dovuta all’introduzione del digitale terrestre e delle pay tv. Una trasformazione definita da molti “epocale” non solo dal punto di vista di chi “fa” la tv, ma anche dal punto di vista del telespettatore chiamato a un ruolo non solo passivo. La vastissima disponibilità di canali e l’offerta pay, in sostanza consentono al pubblico di “costruire il proprio palinsesto”. Proprio questo passaggio è il filo conduttore esplicito e implicito del libro di Freccero: il passaggio da una televisione pedagogica specchio di un’élite del paese (ma era anche una tv che ha provato a proporre agli italiani degli anni Cinquanta-Sessanta un linguaggio comune), a una televisione rappresentativa della “maggioranza”, alla tv attuale che si accorge dell’esistenza di una società plurale e prova a cambiare pelle per soddisfarla. Che è anche il passaggio dalla tv che, timidamente, nasce nel 1953, alla lenta moltiplicazione dei canali pubblici, all’alluvione della tv commerciale, e, in contemporanea, alla trasformazione tecnologica: telecomando, Auditel (vera forca caudina dei programmi, diventato ormai lo strumento che ogni emittente usa per leggere la propria capacità di “vendita” del proprio pubblico agli inserzionisti), digitale appunto.

In sintesi, come scrive Feccero, nonostante tutto e ancora oggi “la tv generalista rappresenta la società, il suo inconscio, i suoi tic o le sue tendenze“. Per ricordare un saggio (“Apocalittici e integrati”) di Umberto Eco, pubblicato cinquant’anni fa, sono stati proprio l’avvento della televisione e la sua rapida diffusione a creare una società “di massa”, legata a un cultura cosiddetta “bassa”, popolare e accessibile a tutti . Erano i tempi del ruolo di “unificatore” assunto dalla tv anche attraverso la visione delle Olimpiadi, dei Mondiali di calcio, dello primo sbarco dell’uomo sulla Luna, dell’ingresso in tutte le case dei volti dei politici che – proprio allora – cominciarono ad abbandonare le piazze per scegliere la tv e capirne sempre meglio le possibilità emotive e il linguaggio.

In questo excursus gli ultimi anni ’70 sono caratterizzato dalle televisioni libere locali. Tra queste Telemilano, che diede poi origine a Canale 5. Freccero interpreta il senso e i motivi di quell’evoluzione. Nel mondo parallelo della neonata tv commerciale ci si pose il problema di capire che cosa il pubblico voleva vedere: nel bene e e nel male non era più la televisione di Stato a imporre al pubblico delle scelte pedagogiche, ma il pubblico veniva chiamato a dettare i propri alla programmazione. Una tv fatta con “Dallas”, con i film della commedia all’italiana, con “Drive in”, con l’arrivo di Mike Bongiorno (1981): una controprogrammazione alla Rai costruita emulando il modello americano. L’obbiettivo? Catturare il maggior pubblico possibile, fidelizzarlo, per costruire un mercato pubblicitario. Sappiamo come è andata a finire: scadimento dei palinsesti televisivi, mix di drammatico e di futile, di notizie serie e di pettegolezzi, volgarità. In pratica il passaggio dalla tv come tentativo di rappresentazione della realtà, alla tv che propone invece una realtà intesa nel suo complesso come “reality show”: non importa più se quello che ci viene fatto vedere come “reale” lo sia veramente, ma importa che emozioni, che susciti interesse e che abbia un forte impatto emotivo nei confronti pubblico. Contemporaneamente, la tv si è trasformata in infotainment (information + entertainment), abolendo ogni frontiera tra informazione e intrattenimento.

Quello che è accaduto – che accade oggi – è una tv il cui linguaggio è diventato il linguaggio del potere, privo di ogni significato, e alla scienza (basata sulla verità o sulla ricerca della verità), viene contrapposto un sapere basato sull’opinione dei passanti e sulla rilevazione attraverso il sondaggio. È l’Auditel (quella che si definisce “la gente”) che, mentre detta il palinsesto, entra anche nei programmi. Un altro cambiamento è un diverso modo di vivere e di percepire la temporalità. La tv odierna propone un “eterno presente”: il passato può venire rimesso in onda, mentre è possibile rivedere infinite volte il presente registrato (la “sindrome” da moviola). Niente è completamente nuovo e niente è completamente superato.

Quale il futuro televisivo? Centrale è stato il passaggio dall’analogico al digitale che propone anche l’interazione assoluta (la convergenza) tra media diversi: tv, cellulari, pc, eccetera. Il prossimo traguardo è l’interattività: un pubblico attivo che, attraverso video amatoriali e reportage catturati casualmente, contribuisca alla nascita di una notizia. Il saccheggio dei social network, già in atto (spesso in modo abbastanza acritico e senza verifiche), ne è un esempio. Anzi, proprio questo fenomeno segnala la concorrenza, ma anche l’abbraccio, tra tv e web.

Freccero si pone anche – ma, forse, soprattutto – il problema della tv come servizio pubblico. Chiusa l’era della pedagogia, il modello proposto è quello della tv “di qualità”, vale a dire una tv che sia in grado di divertire, educare, informare. La soluzione, basata sull’interpretazione di quelle tre parole e sul senso che a esse si vuole assegnare, è in realtà una discussione aperta, non univoca, e tutta da dibattere.

In una delle pagine iniziali, Freccero paragona la stampa alla tv: “la pagina scritta permette di tornare più volte su un concetto, di affrontare la complessità di una tesi, di utilizzare una sintassi costruita su subordinate e coordinate. La televisione è legata a un consumo distratto e discontinuo, continuamente deve contrastare la caduta di attenzione dello spettatore e lo può fare solo facendo ricorso alla superficialità e spettacolarità dell’immagine. La televisione è incompatibile con la razionalità”. Si tratta di un’osservazione che tempo circola in qualche aula universitaria e in alcuni centri dove si prova a far cultura; un’osservazione che gli operatori dell’informazione (affascinati dall’”andare in video”) non sembrano però in grado di far transitare verso il pubblico. Decretando così il successo della tv, qualunque forma essa abbia o stia per assumere.

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