Classe 1965, 15 anni di carriera negli Stati Uniti, prima a Boston, poi nella Silicon Valley e una storia datata 1994 che, come ogni avventura firmata Usa che si rispetti, è cominciata in un garage: Genova, corso Dogali 11. Vittorio Viarengo è l’ideatore del blog “viva la focaccia”, che è diventato un punto di riferimento per chi ha la passione per “l’arte bianca” e vuole provare a fare in casa pane, focacce e dolci.

– Dal forno di famiglia in via dei Macelli di Soziglia, a vicepresidente di Oracle, in Silicon Valley: come è nato il fenomeno “Viarengo”?
«Dopo essere cresciuto tra la farina e la focaccia, mi sono iscritto a Ingegneria e durante gli studi, mi è venuta l’idea con tre colleghi di fondare un’azienda – ai tempi, primi anni Novanta, non si chiamavano ancora start-up – nel campo dei database a oggetti, allora in voga».

– Dove e come è nata l’impresa? Ovvero la ViVi Software?
«Nel mio scantinato in corso Dogali, con scrivanie usate, pc assemblati da noi, tanta passione e un collegamento internet. Erano gli albori del web e, lavorando con perseveranza, sfruttammo con successo questo straordinario nuovo mezzo di comunicazione per lanciare il prodotto sul mercato mondiale e per far crescere bene il nostro business».

– Come siete arrivati oltreoceano?
«Il mercato ha accolto molto bene il nostro lavoro – io, nello specifico, facevo il commerciale e lo sviluppatore – e così entrammo in contatto con Object Design di Boston, azienda che ci aveva chiesto di migliorare il suo prodotto, e dopo due anni di collaborazione la Object Design ci acquistò e ci trasferì tutti e quattro con mogli e fidanzate a Boston».

– Fu un successo?
«Per noi sicuramente, ma due anni dopo l’acquisizione, scoppiò la bolla dot-com del 2000 e Object Design venne acquistata. Io nel frattempo conobbi Adam Bosworth, che era uno stretto collaboratore tecnico di Bill Gates alla Microsoft. Adam, dopo aver lasciato la Microsoft, mi convinse a lavorare per lui alla Bea Systems, inizialmente a Seattle, in seguito nella Silicon Valley. Quindi passai a Oracle e VMware. Poi tornai in ambiente di start-up con MobileIron».

– Da vicepresidente della Oracle a una start-up: in Italia sarebbe considerato un passo indietro.
«Da noi, invece, significa lavorare in un’azienda che è considerata una delle ditte più interessanti, innovative e in crescita della Silicon Valley e che sta decollando sui mercati mondiali, anche in Europa, specialmente in Germania. In un mondo dove il BlackBerry sta uscendo di scena e Android, iPhone, e Windows Mobile hanno catturato le preferenze dei consumatori mondiali, il nostro obiettivo è di permettere ai dipendenti di ogni azienda di utilizzare il loro smarphone preferito sul lavoro garantendo produttività e privacy al dipendente e sicurezza per le aziende».

– Una carriera brillante, senza aver avuto il supporto di una laurea. Come mai il tanto agognato “titolo” è arrivato solo nel 2010?
«Quando siamo partiti con la ditta, il tempo per dare esami non era molto, così a sei materie dalla laurea ho interrotto gli studi. Poi qualche anno fa mi sono rimesso sui libri e finalmente sono diventato dottore. L’ho fatto principalmente per mia mamma perché nella mia carriera la laurea non mi serviva più. Anche se lei non me lo ha mai fatto pesare, sapevo che le avrebbe dato soddisfazione che mi laureassi e diventassi ingegnere. E poi l’ho fatto un po’ anche per me. È stato bello completare quello che avevo iniziato quasi 30 anni fa».

– Tornando a Genova, si è mai fatto sentire il desiderio di tornare “a casa”?
«Ormai non credo… i miei figli, anche se giovani – 10 e 14 anni – sono americani e io ormai sono troppo integrato nel vortice della Silicon Valley. Ma in Italia vedo molto dinamismo e voglia di fare tra i giovani, lanciati fra start-up e acceleratori. La crescita, così come la soluzione dei problemi dell’Italia, non può che fondarsi sull’istruzione e il dare spazio ai giovani. Il mondo è cambiato. È tutto capovolto. Quello che in passato era la sicurezza del posto fisso nella grande azienda ora è rischio, incertezza. La sicurezza del futuro è prendersi dei rischi, scommettere in una ditta piccola, la start-up, il lavoro che cambia e si rinnova ogni tre, cinque anni. Il mondo è piatto come si dice, e la globalizzazione è una realtà. La si può subire o trarne vantaggio. Basta il cervello, un computer con un collegamento internet, la passione, la voglia di provare e tanta perseveranza per trasformare un’idea in un posto di lavoro. Succede dozzine di volte ogni giorno in Silicon Valley, può succedere anche in Italia».

– Esiste una ricetta per far arrivare in Italia un po’ del metodo di lavoro americano?
«Con il Silicon Valley Study Tour io e gli amici italiani di Sviec, il Silicon Valley italian executive Council, siamo felici di dedicare il nostro tempo a giovani italiani smart che vengono a trovarci in questo angolo del mondo, si entusiasmano e portano indietro le idee e l’energia giusta per cambiare in meglio le cose in Italia. Siamo felici di farlo, è il nostro give-back, il cercare di restituire un po’ della fortuna che abbiamo avuto. È importante che il ministero degli Esteri stia sostenendo questo progetto da alcuni anni e continui a sostenerlo in futuro. Io quando passo dall’Italia il tempo per una conferenza lo trovo sempre, per stimolare non solo studenti ma anche imprenditori, manager e professori al modello di lavoro che ho imparato in Silicon Valley».

– Negli ultimi dieci anni ha cambiato quattro aziende: quale sarà la prossima tappa?
«Dopo la quotazione in borsa di MobileIron, prevista per quest’anno mi troverete in pensione a gestire il mio blog vivalafocaccia!».

– Un modo per sentirsi più vicini a casa? Quale esigenza ha dato vita al blog?
«All’inizio la speranza di non sentirmi più chiedere da amici e parenti come si fa la focaccia genovese in casa, poi è diventato un modo bellissimo per condividere la mia passione con un gruppo sempre più grande di entusiasti dell’arte bianca. Mi è anche servito per capire bene da vicino come funzionano i social media. È un’esperienza che mi aiuta molto anche nel mio lavoro».

– Da buon ingegnere, confessi i numeri del blog?
«I visitatori italiani sono più di 10 mila al giorno, altri 10 mila mi seguono su YouTube e sono in continua crescita. Poi si possono contare 11 milioni di visite sul blog dall’inizio dell’avventura e  243 mila “Mi Piace” sulla pagina Facebook».

– Esiste una versione “americana” o gli anglofoni per imparare a fare la focaccia si devono arrangiare con l’italiano?
«Esiste una traduzione parziale del blog all’indirizzo http://simplebaker.com, ma le video-ricette sono solo in italiano».

– Da una grande passione, alla creazione nel nuovo anno di un nuovo posto di lavoro in Italia…
«Proprio così, vorrei assumere un mio caro amico e parente, che al momento è disoccupato, per aiutarmi a gestire, direttamente da Genova, il blog e i suoi numerosi visitatori».

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