“L’Agnesi è il nostro tesoro, una ricchezza accumulata in 190 anni e qualcuno dovrebbe capirlo: qualcuno dovrebbe innamorarsi dell’idea di creare un prodotto di qualità, innovare e investire, essere disposto a rischiare per essere felice e appagato quando questo incontra il favore di un vasto pubblico”.

Era il 17 luglio quando le redazioni dei giornali hanno ricevuto la lettera di un operaio del pastificio imperiese Agnesi a rischio chiusura in cui si capiva perfettamente la gravità e il dolore che la decisione di Angelo Colussi, proprietario dell’azienda, stava portando nella città.

«190 anni di storia non si possono cancellare così – urlano gli operai fuori dalla fabbrica durante i numerosi sit-in cortei e manifestazioni per proteggere il proprio posto di lavoro – hanno smontato tre parti del valore di circa 200 mila euro del nostro molino, ma funziona ancora. Ci fanno lavorare con il freno a mano tirato, Colussi dice che l’azienda chiude perché è poco redditizia, non è vero».

Due sono le domande: come si è arrivati a questo punto? Perché un’azienda fondamentale nel bacino commerciale imperiese è a rischio chiusura?

L’Agnesi nasce nel 1824 quando Paolo Battista Agnesi acquista un mulino capace di macinare 120 quintali di grano al giorno nella zona di Pontedassio, a Imperia. Questo mulino, grazie a nuove tecniche di macina che il figlio Giacomo importa da Parigi, diventa in breve tempo uno dei più produttivi di tutta la regione; ogni giorno servono nuovi approvvigionamenti di semola che arrivano direttamente dalla Russia così, Agnesi, decide di aprire un nuovo mulino vicino al mare creando la “Ditta Paolo Agnesi e Figli”. Siamo nel 1886 e la fabbrica macina circa 40 mila quintali di grano, una quantità destinata a crescere sempre di più.

La famiglia Agnesi acquista una flotta di velieri, che salpano dal porto di Oneglia circa 4 volte all’anno, per assicurarsi in prima persona l’approvvigionamento di Tanganrog, il grano duro ucraino considerato il migliore del mondo.

La fabbrica va bene e Giacomo Agnesi, subentrato al padre, decide che è il momento di “volare alto” e costruisce un molino a cilindri e un pastificio, entrambi collegati alla ferrovia e al porto per avere rifornimenti più rapidi, vicinanza al mercato sfruttando in pieno l’idea della filiera corta molto cara agli imprenditori di oggi.

Il 7 settembre 1896 la pasta Agnesi sbarca sul mercato con il suo classico marchio e negli anni Venti al marchio viene abbinato il classico packaging che ancora oggi si trova sul mercato. Agnesi continua la sua ascesa che, solo in minima parte, viene intaccata dalla guerra (tra il 1901 e il 1934 la produzione di pasta viene decuplicata).

Alla morte di Vincenzo (figlio di Giacomo) nel 1977, la fabbrica inizia ad attraversare un periodo di difficoltà e gli eredi iniziano una serie di cambi di denominazione: da “Agnesi srl”, a “Agnesi spa” e poi la “Paolo Agnesi e Figli spa”. Per dieci anni, nonostante le problematiche, l’azienda rimane nella mani della famiglia Agnesi e mantiene il controllo del 3,5% del mercato italiano.

Dopo una cessione delle quote del pastificio al gruppo Danone, per la precisione il 23%, nel 1995 viene ceduta alla “Compagnie Gervais Danone” controllata dal colosso “Groupe Danone” con sede a Parigi. Pochi anni, progetti sfumati e un nuovo cambio di appartenenza: l’Agnesi finisce nelle mani della Banca Paribas che rimette tutto in vendita.

Nel 1999 arriva il gruppo perugino Colussi, insieme alla Comit e alla Banca Euromobiliare ad acquistare il pastificio e Angelo Colussi diventa il primo amministratore della Agnesi spa.

Uno dei momenti di protesta dei dipendenti Agnesi
Uno dei momenti di protesta dei dipendenti Agnesi

«Erano anni che ci rimbalzavano da una parte all’altra a livello di proprietà – raccontano i dipendenti – è ovvio che temevamo il peggio. Poi è arrivato Colussi che ha avuto il merito di aver tenuto l’azienda per circa 11 anni, ma non l’ha sfruttata come avrebbe dovuto. Niente pubblicità, nessun rinnovamento, nessuna iniziativa imprenditoriale di rilievo».

“Patron Colussi”, come lo chiamano i lavoratori dell’Agnesi è un imprenditore nudo e crudo che, subito dopo l’acquisto dell’azienda, incrementa il fatturato di tutto il gruppo di sua appartenenza. Nel nuovo millennio però il mercato della pasta subisce una contrazione, ma Colussi trova due vie d’uscita: una quella di puntare sul mercato di nicchia con prodotti di estrema qualità e l’espansione sul mercato internazionale.

«Ancora oggi – spiega il sindacalista Gigi Lazzarini della rappresentanza sindacale unitaria per l’Agnesi – produciamo i “Maltagliati” per la Russia e la pasta “De Niro” per il Giappone. Entrambe queste nazioni hanno preteso che la produzione restasse a Imperia, nonostante in Russia vi sia un’azienda che potrebbe produrre pasta, perché il nostro standard qualitativo è alto. Senza contare che qui c’è la Pasta Gemma il cui brevetto mondiale lo ha solo l’Agnesi».

Oggi la produzione all’interno dell’Agnesi è molto bassa, si parla di circa 40 mila tonnellate che, per un’azienda come quella è molto poco. «Manca la materia prima lavorata – spiegano fonti interne all’azienda – prima compravamo il grano e avevamo semola in eccesso che rivendevamo al nostro confratello di Fossano, dove il marchio Agnesi possiede un piccolo stabilimento, e a terzi. Ora compriamo la semola speciale che dicono che sia di difficile reperimento».

L’azienda ha sette linee di produzione e nel pastificio, cuore dell’Agnesi, ne funzionano solo 2 o 3. Stessa cosa nel reparto confezioni, su 20 macchine ora ne funzionano solo 3. Tutto va a rallentatore e chiaramente la produzione è molto bassa, trasformando l’azienda in poco redditizia e giustificando la decisione di Angelo Colussi di voler chiudere lo storico pastificio.

Ma se si chiudesse non ci sarebbe certezza per tutti i dipendenti: i livelli occupazionali, essendo spostati in un’altra area industriale a produrre sughi e non più pasta come avevano proposto i referenti di Colussi in alcune riunioni, difficilmente sarebbero preservati.

D’altra parte lo stabilimento Agnesi si trova proprio sul mare, è molto appetibile e si stima possa valere circa 4 mila euro al metro quadro e, considerando che la fabbrica ha una superficie di circa 50 mila metri quadrati, qualora si cambiasse la destinazione d’uso (oggi industriale, ma non vincolata per sempre) si potrebbe dare il via alla realizzazione concreta del progetto di riqualificazione dell’area ex Ferriere denominato appunto “Porta del Mare”. Un progetto che si estende su circa 19 mila metri quadrati e vedrebbe la creazione di gallerie commerciali, negozi per la dieta mediterranea, due cinema, un albergo, 100 unità residenziali e in ultimo, piccolo baluardo, un centro direzionale Agnesi.

 

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.