Le cifre sono a sette zeri: fino al settembre 2013, in Liguria le domande di cassa integrazione in deroga sono state 10.466 (dati della Regione Liguria, mentre altri 797 lavoratori sono stati messi in mobilità. Cifre che fanno pensare come, alla fine dell‘anno, verranno superati i numeri altissimi del 2012, quando i lavoratori in cassa in deroga furono 12.686 e le mobilità 2350. Come è noto, la cig in deroga è un intervento di integrazione salariale che tende a sostenere (con un massimo dell’80% dello stipendio e per periodi mai troppo lunghi) imprese e lavoratori che non rientrano nella normativa sulla cassa integrazione guadagni.
I numeri corrispondono anche a stanziamenti: per la cig in deroga siamo per ora a 43milioni 661 mila euro, per la mobilità a 16 milioni, 258 mila euro. Ma sono numeri scritti sulla carta e sugli accordi tra aziende e sindacati e controfirmati dalla Regione. Perché lo Stato ha fatto, a favore della Liguria, quattro stanziamenti quest’anno: il primo di 9,107 milioni, il secondo di 5,173 milioni e il terzo di 11,442 milioni, il quarto stanziamento, che non è ancora stato assegnato, è di 10.842 milioni. In tutto la somma complessiva stanziata – per cig in deroga e mobilità – è di 36 milioni e mezzo, decisamente non sufficiente. E finora, la copertura consente di sanare le situazioni fino ad aprile. L’assessore regionale al Lavoro, Enrico Vesco, 48 anni, ha affermato che si potrà arrivare, con i nuovi stanziamenti, a garantire anche giugno. E poi?
Il numero di lavoratori in cig e in mobilità si inserisce in una crisi ligure che pare essere diversa, peggiore, rispetto al resto d’Italia. Dalla metà del 2012 alla metà del 2013 si sono perduti oltre 20 mila posti di lavoro, una contrazione del 3,2% ben peggiore rispetto a tutto il Nord Ovest (-0,4%), ma anche peggiore alla media nazionale (-2,5%). Il calo maggiore è proprio nel settore che le statistiche definiscono “servizi” dove la contrazione è del 3,5%. E basta un dato complessivo: i disoccupati in Liguria sono passati dai 55 mila della metà del 2012 ai 70 mila del giugno di quest’anno con un aumento spaventoso del 27,3% (in Italia l’aumento della disoccupazione nello stesso periodo è stato del 13,5% e nel Nord Ovest del 10%).
Enrico Vesco
– Vesco: La Liguria sembra essere un “caso” drammatico all’interno della crisi italiana. Cosa è successo?
«Credo che vi abbia contribuito la particolare struttura dell’economia ligure, caratterizzata da una preponderanza di imprese di piccole dimensioni. Questa conformazione, in prima battuta molto esposta agli effetti della crisi per effetto del calo della domanda e dei fatturati, con conseguente aumento delle difficoltà di accesso al credito, contrazione degli investimenti ed espulsione di manodopera, ha verosimilmente favorito, nel medio periodo, una miglior tenuta dell’economia, riscontrabile nel confronto dei dati liguri con quelli nazionali negli anni scorsi. Ma la persistenza della crisi e di alcuni condizionamenti strutturali, come la rigidità del sistema creditizio, hanno fiaccato la resistenza di quegli operatori economici che avevano coraggiosamente resistito fino a ieri».
– Il “caso” Liguria è anche mostrato dai 20 mila posti di lavoro che si sono perduti sempre in un anno, con dati molto peggiori rispetto al Nord Ovest e anche alla media italiana. Siamo davvero un’isola infelice in un Paese che non riescea ripartire?
«No, non credo che ci sia un “caso Liguria” perché, purtroppo, la recrudescenza della crisi ha colpito ovunque. Diciamo che, forse, in altre Regioni i dati più infelici sono arrivati prima. Ma stiamo comunque facendo il confronto tra situazioni ugualmente drammatiche».
– Il problema più grave della Liguria sembra essere quello delle piccole aziende. Secondo le associazioni di categoria del commercio, chiudono tre negozi per ogni nuova apertura. I servizi denunciano un calo occupazionale del 3,5%, mentre nella logistica i dati allarmanti indicano il 9,08% di dipendenti soggetti ad ammortizzatori sociali. La Liguria è fatta di tante micro e piccole aziende che oggi soffrono di più, anche senza grandi clamori mediatici: come se ne può uscire?

«Le piccole e medie aziende, che producono beni e servizi soprattutto per il mercato interno, torneranno a prosperare quando ripartirà l’intero sistema-Paese e saremo in grado di stimolare la domanda aumentando la capacità di spesa dei cittadini. Naturalmente gli strumenti e i fondi a disposizione delle Regioni per affrontare questa problematica sono largamente insufficienti. È quindi imprescindibile un intervento a livello nazionale che, fuor di retorica, sappia affrontare il tema come priorità assoluta, predisponendo politiche strutturali capaci rimettere in moto l’economia attraverso incentivi e investimenti diretti nei settori strategici».
– La cassa integrazione in deroga, secondo le sue dichiarazioni, copre fino a giugno 2013. I 12 mila lavoratori, le 12 mila famiglie coinvolte, sono senza risorse. Come se ne può uscire?
«La soluzione è in mano al governo, che può semplicemente stanziare i fondi necessari per dare copertura alla cassa in deroga fino alla fine dell’anno. Va detto che le risorse che il ministero ha messo a disposizione fino a ora, sono molto inferiori rispetto allo scorso anno mentre la richiesta di ammortizzatori sociali è sensibilmente aumentata. Le Regioni stanno chiedendo da mesi ulteriori finanziamenti perché sappiamo che negare gli ammortizzatori sociali ai lavoratori che ne hanno diritto significa produrre conseguenze sociali drammatiche. Non è possibile che questo tema sia considerato meno importante rispetto all’acquisto di aerei da guerra o al rifinanziamento delle missioni militari».
– La nostra è una regione di anziani, con dati anagrafici che ci fanno diventare un “caso” mondiale. Ma i giovani non trovano lavoro e scappano. Quali politiche si possono realizzare per un’inversione di tendenza?
«Il record di disoccupazione giovanile purtroppo raggiunto dal nostro Paese è un dato che mette in evidenza il fallimento delle politiche di solo rigore che hanno alimentato la recessione e le disuguaglianze e colpito prevalentemente le nuove generazioni, che ormai vedono un sostanziale blocco nell’accesso al lavoro. Per favorire l’accesso al lavoro dei giovani è necessario intervenire soprattutto in due direzioni. Da una parte occorre eli-
minare le cause strutturali che bloccano l’accesso al lavoro e l’accesso al credito necessario per sviluppare nuova imprenditorialità, entrambi interventi che, ancora una volta, dipendono dal governo nazionale. Dall’altra parte è necessario agire per eliminare la crescente separazione tra scuola e lavoro che determina una grandissima difficoltà ad incrociare domanda e offerta di lavoro».
– E in Liguria cosa si fa per i giovani?
«Una delle azioni più importanti messe in atto dalla Regione Liguria è il cosiddetto Piano Giovani che si prefigge di facilitare l’inserimento nel lavorativo delle persone tra i 16 e i 34 anni e di favorire il raggiungimento di un’occupazione stabile e di qualità nel caso sia stata persa o sia instabile e precaria. Fondamentali, tra le altre, sono le azioni che mirano a integrare politiche e servizi per la formazione e il lavoro, appoggiandosi sulle tecnologie digitali per mettere a disposizione sistemi di comunicazione che permettano di interagire, sostenendo così lo sviluppo del potenziale di innovazione e creatività peculiare dei giovani. Il Piano è comunque fondato sullo sforzo di non generare contrapposizioni tra le generazioni, cercando di conciliare il simultaneo sviluppo di politiche per l’inserimento dei giovani con politiche a sostegno della permanenza dei lavoratori nelle aziende fino all’età pensionabile, nella convinzione che la trasmissione di competenze tra le generazioni e l’invecchiamento attivo, siano un’opportunità di crescita per tutti, se basate su spirito di collaborazione e solidarietà».

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.