Ecologia, energia, economia: sono le tre “e” intorno al quale si sviluppa, con qualche difficoltà, l’attività di una delle prime start up innovative della Liguria. Si tratta di Tecnoforest, nata nel 2011 grazie ai finanziamenti messi a disposizione da Filse per il progetto Uniti (in totale 4 milioni di euro), rivolto agli spin-off accademici. «Siamo un’azienda atipica perché, pur essendo formata da tre ingegneri, il nostro core business è centrato sulla valorizzazione del territorio e sullo sviluppo delle competenze agronomiche». Il riferimento di Ferruccio Pittaluga, presidente di Tecnoforest e professore di Macchine termiche alla facoltà di Ingegneria di Genova, è agli altri soci dell’azienda, Emanuela Manzino e Mauro Toso, entrambi giovani laureati, la prima in Ingegneria gestionale, il secondo in Ingegneria ambientale.

Ferruccio Pittaluga
Ferruccio Pittaluga

Insieme a loro, anche diversi studenti del Campus di Savona sono coinvolti nell’attività dell’azienda. Un’attività che, come spiega Pittaluga, abbraccia tutti gli step che, partendo dalla terra, conducono alla produzione energetica grazie al consumo di biomasse. «Il nostro obiettivo, ambizioso e per questo difficile, consiste nel valorizzare tutti i passi intermedi tra le due aree di lavoro: l’arboricoltura consociata da una parte e la produzione energetica dall’altra. La difficoltà sta nel fatto che, a livello imprenditoriale, la Liguria sviluppa poco le competenze ingegneristiche legate al territorio e, soprattutto, la tematica forestale ha un uditorio limitato nella nostra regione».
Tecnoforest si sviluppa a Varazze con un vivaio forestale di circa 800 metri quadrati e una banca del seme arboreo e, nel Campus universitario di Savona, con alcuni spazi dove, settimanalmente, si svolgono dimostrazioni degli impianti a biomassa di loro produzione: «È questo il nostro vero business: grazie alla consulenza e alla produzione energetica, in cui siamo concessionari di una tecnologia di gassificazione americana, siamo riusciti a chiudere il 2012 in pareggio – racconta Pittaluga – i nostri impianti sono acquistati in Italia e all’estero e circa 300 potenziali clienti hanno già partecipato alle nostre dimostrazioni. Speriamo che il 2013 ci porti anche qualche profitto: la crisi, per ora, non ci ha aiutato». Prima di procedere con la combustione, il legno viene convertito in gas: in questo modo, l’energia che andrà ad alimentare caldaie, fornelli domestici e motori, è ottenuta al “prezzo” di un basso tasso di inquinamento. Per ora, gli impianti a biomassa firmati Tecnoforest sono di piccola dimensione: vanno dai 10 ai 50 kWatt elettrici, per un costo di 3 mila euro per kWatt. Se nel “soil to engine” è lo sviluppo del “motore” a trainare il business di Tecnoforest, l’obiettivo dei soci è anche quello di incrementare il lavoro sul “suolo”, puntando ad aumentare annualmente la produttività della risorsa legnosa per ogni ettaro di bosco in Liguria. Ma non sembra un’impresa semplice: «Non abbiamo ancora avuto un’accoglienza positiva delle nostre tecniche né dai Comuni, né dalla Regione, a parte qualche privato. Ma nel momento in cui abbiamo provato le nostre tecnologie, come nel caso della discarica di Bossarino a Vado Ligure, abbiamo avuto riscontri più che positivi. Ciò che frena all’utilizzo delle nostre tecniche sono soprattutto i costi che comportano». In particolare, quelli di trapianto, che arrivano fino a 1,4 euro per piantina: «Cifra da moltiplicare almeno per 5 o 6 mila», precisa Pittaluga. Tutto parte dai semi che nella “banca del seme arboreo” sono conservati per sei mesi in celle frigorifere, in un ambiente secco e controllato. Trascorsi i sei mesi, i semi vengono trasferiti in un secondo impianto, umidificato, in cui, a una temperatura compresa tra i 40 e i 50 gradi, si attivano i processi di germinazione, fino alla formazione delle prime “radichette”. Da qui, le piantine sono trasferite in un vivaio biodinamico per circa 10 mesi, fino al raggiungimento dei 25 cm di altezza: «Un modo per limitare i costi è quello di evitare il passaggio in vivaio e seminare direttamente nel terreno, aumentando però i problemi di attecchimento», aggiunge il presidente di Tecnoforest. L’ultimo step è il trapianto in terra, una semina ad alta densità e tipologia di specie, che può arrivare fino a 6 mila piante per ettaro e 15 specie arboree. Proprio le specie utilizzate dall’azienda costituiscono un ostacolo alla diffusione della tecnica di riforestazione: «L’uso di semi non particolarmente tipici della Liguria, ma comunque autoctoni del centro-Nord Italia, frena lo sviluppo della nostra attività. Si tratta di semi di olmo siberiano, megaleppo, frassino, ciliegio canino, mirabolano e arbusti come la ginestra, che acquistiamo dai nostri fornitori, in particolare da Bologna». Alberi tipici del clima temperato e caratterizzati anche da radici molto profonde che, soprattutto in una regione come la Liguria, potrebbero essere utili anche a livello idrogeologico, oltre che nell’autofertilizzazione del terreno e nell’aumento dello spessore dell’humus.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.