La strada provinciale 523, tutta curve e qualche buca di troppo, collega la costa ligure da Sestri Levante all’Emilia Romagna grazie al passo di Cento Croci. Si attraversa Casarza Ligure, Castiglione Chiavarese e poi, dopo la galleria Francesco Cattanei, che separa le province di Genova e La Spezia, si arriva tortuosamente a Varese Ligure, il borgo che è la “capitale” della ormai celebre valle del biologico, ma che custodisce anche uno degli artigiani più sorprendenti e ostinati (nel perseguire la propria “missione”) della regione. Adriano Marenco produce borse interamente a mano. Nel senso che anche i pezzi che potrebbe farsi “prestampare” da un macchinario, Marenco li taglia manualmente. Una produzione limitata (ogni borsa richiede circa 40 ore di  lavoro) che necessita di grande precisione («se compio un errore butto via tutto», dice) ed è a tutti gli effetti una filosofia: «Lavoro praticamente su misura e la manutenzione è gratuita». I costi di queste opere di artigianato variano dai 250 euro ai 2 mila. I prezzi più alti sono per le borse in edizione limitata: 10 modelli numerati che si distinguono dagli altri anche per il marchio in ottone e non in cuoio. «Sono prodotti personalizzati – racconta Marenco – ne faccio 49 per ogni modello e spesso vi si incidono dediche e iniziali del futuro proprietario».

Da sinistra Massimo Solari e Adriano Marenco
Da sinistra Massimo Solari e Adriano Marenco

Il luogo di produzione e vendita è Varese Ligure, ma Marenco ha avviato anche un sito internet per promuovere le borse, anche se, lo dice chiaramente: «Preferisco una telefonata all’e-mail, spesso chi scrive è solo curioso e non realmente interessato ». Da qualche mese ha una vetrina al golf club di Rapallo. I clienti arrivano da tutto il mondo, turisti tedeschi e americani, anche se il primo acquisto è stato della moglie di Massimo Solari (nella foto accanto a Marenco) proprietario dell’Hotel Mira di Sestri Levante, che a Varese Ligure ha ristrutturato un antico mulino per farne la propria casa di villeggiatura.

«Non avrei potuto avere maestro migliore di mio padre – dice Marenco – dal 1999 al 2003, anno della sua morte, mi ha insegnato il mestiere». Poi però il figlio ha aggiunto un tocco che evidentemente era innato e alla sapienza artigiana di calzolaio ha accostato la creatività che non si impara da nessuna parte (o forse era solo nascosta nei geni tramandati dalla madre sarta) ed ecco le borse targate Marenco, nate quasi per caso: «Un cliente mi portò una borsa cartucciera scucita chiedendomi di ripararla, lì è nato il mio primo cartamodello. Era il 2007».

La prima borsa è ancora in negozio, appesa nel laboratorio. Dopo quell’esperimento ne arrivarono altri, fino a che qualche signora più attenta alla qualità ha cominciato a volerle comprare: «Ero impreparato – ricorda Marenco – non avevo quantificato un prezzo, ma visto il successo iniziale e le richieste crescenti, ho cominciato a ideare delle collezioni diverse: oltre alle serie numerate, quelle più costose con l’interno in pelle rossa, ci sono quelle monocolore, naturali, stampate, verniciate. Le ultime nate sono intrecciate». Nel negozio si respira il profumo della pelle non trattata, con cui Marenco non ha fatto solo le borse, ma ha costruito anche il divanetto e la poltroncina per i clienti, e si ascoltano le richieste degli habituée della bottega, rigorosamente in dialetto ligure con l’inconfondibile cadenza spezzina. L’obiettivo di Marenco non è aumentare la produzione (da perfezionista qual è non affiderebbe mai il lavoro a qualcun altro), ma migliorare tecnica e stile continuando, senza cedere alle sirene di quei prodotti artigianali che – dice – assomigliano troppo a quelli industriali. Nel suo laboratorio le incisioni sono fatte con il pirografo (un paio d’ore di lavoro solo per quello) e le cuciture con l’antica macchina della madre di Marenco «Cucio a casa – racconta – questo in sostanza è diventato anche il mio hobby».

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